“Il barbiere di Siviglia” a Venezia

VENEZIA – Nel 2018 ricorre il centocinquantesimo anniversario della morte di Gioachino Rossini.  Il Teatro La Fenice gli rende omaggio con un progetto, termine che fa pensare a innovazione, a ricerca, a qualcosa insomma che stimoli il dibattito culturale attorno al tema. In cosa consiste? Oltre a una nuova Semiramide, dopo l’ultima di Pier Luigi Pizzi nel lontano 1992, dal repertorio si riesumano Il signor Bruschino e Il barbiere di Siviglia curati da Bepi Morassi. Ci chiediamo perchè un titolo main stream come Barbiere, e molti altri, non possa tornare ad essere oggetto di sperimentazione, ancor più nella preziosa ricorrenza, invece d’essere riproposto in forme fossilizzate ormai archiviabili.

L’allestimento

Questo Barbiere risale al 2002. Nato già vecchio sedici anni orsono, come Benjamin Button, è frutto di un fare teatro che oggi non comunica nulla in termini artistici, come ha dimostrato anche il recente Le metamorfosi di Pasquale. Bepi Morassi imprigiona i personaggi in una regia risibile, tutta mossette e sberleffi. Il rispetto severo del libretto, la natura sulfurea di Figaro, la centralità di Berta non bastano più a risollevare le sorti di un allestimento ormai polveroso, anacronistico e afasico. Le scene di Lauro Crisman, che disegna anche i brutti e approssimativi costumi, sortiscono un effetto claustrofobico nello spettatore. Poco valgono le luci di Vilmo Furlan, simili a quelle di Sonnambula ed Elisir d’amore di Bepi Morassi.

La compagnia

Torniamo a sentire, più che a vedere, Il barbiere di Siviglia per Stefano Montanari, al contempo impegnato con la riuscitissima Lustige Witwe. In passato già sul podio nello stesso titolo, la direzione ci pare ora più spenta. Se infatti tempo addietro abbiamo apprezzato Montanari per la maestria nel trovare dettagli su cui costruire varianti originali e restituire con esemplare brio certe dinamiche rossiniane, riscontriamo in quest’occasione una certa stanchezza che lo porta a seguire la partitura senza particolare estro. Altalenante il rapporto col palcoscenico. Sottotono pure i recitativi al fortepiano di Roberta Ferrari.

Alla replica del 15 febbraio spicca solo il Don Bartolo di Omar Montanari. Sempre misurato, interpreta un tutore ineccepibile nel canto e sulla scena. Laura Verrecchia è Rosina acerba che, nonostante il bel timbro corposo, deve maturare per superare concertati e finezze esornative. Bruno Taddia profonde in Figaro più le doti d’attore che di cantante, seppur abile nel gestire un mezzo eccessivamente uniforme. Enrico Iviglia sostituisce il previsto Giorgio Misseri nel ruolo di Almaviva. Il tenore si trova in difficoltà fin da subito, l’intonazione latita da Se il mio nome saper voi bramate in poi, gli acuti risultano vuoti e le agilità prive di spessore. L’esecuzione è inoltre penalizzata da un evidente rotacismo. Risulta quindi assai inopportuna la scelta di rendere Don Alonso affetto da sigmatismo.

Mattia Denti è Basilio corretto, ma perfettibile. Giovanna Donadini, veterana del ruolo di Berta, conserva ancora freschezza musicale e di spirito. Fiorello assai preciso quello di William Corrò. L’ufficiale è Umberto Imbrenda.

Bene il Coro preparato da Claudio Marino Moretti.

Consensi calorosi proprio per tutti.

Luca Benvenuti