Carmen, déjà vu all’Arena

L’inaugurazione del 96° Opera Festival

Il nuovo festival dell’Arena di Verona inizia il 22 giugno con Carmen. Il fisiologico ritardo, dovuto ai controlli di sicurezza per la presenza di varie autorità, diventa presto abuso di pazienza dello spettatore. Il momento istituzionale è infatti un’accozzaglia di gesti che perde di significato, rischio inevitabile quando si mette troppa carne al fuoco. Nell’ordine: deposizione di rose rosse su una seduta vuota in platea a memoria delle vittime di femminicidio; saluto del sovrintendente della Fondazione Cecilia Gasdia, conclusosi con il ricordo del maestro Tullio Serafin nel cinquantesimo anniversario della scomparsa e relativo ascolto di un estratto dall’Aida del 1963; il messaggio del Presidente della Repubblica in italiano e tedesco; l’Inno di Mameli. “Brevity is the soul of wit”.

La reiterazione del passatismo

Chi confida in uno stacco netto con la desueta Carmen zeffirelliana proposta fino al 2016, rimarrà deluso. Hugo de Ana, che firma regia, scene e costumi, sposta la vicenda al tempo della guerra civile spagnola. Don José e la sigaraia appartenegono a fazioni avverse, uniti solo dall’amore carnale, ma accentuare l’ambientazione militare fu già scelta di Calixto Bieito. Durante l’ouverture, un’esecuzione sulla Plaza de toros. Quanti avranno capito che il giustiziato è Don José e che l’azione quindi è un lungo flashback? Pochi. L’idea del potere che opprime torna a farsi viva solo in certi momenti, all’ombra di striscioni rivoluzionari e grate di metallo, mentre l’azione scorre via lenta. L’unico esile approfondimento drammaturgico arriva alla fine, quando il popolo siede sulle gradinate per assistere alla corrida.

Per il resto, è tutto all’insegna dell’epigonismo, dell’autocitazionismo e della noia. Caroselli come da un secolo in Arena, grande uso delle masse, camionette, coriandoli. Troppo uniformi nelle cromie i costumi, ad eccezione delle divise dei toreri, probabilmente riusate da precedenti produzioni. L’horror vacui regna in scena. Camionette, sedie, casse di legno, credenze, tavole intralciano l’azione, ricreando gli stessi spazi angusti della Carmen senior. Nel secondo atto manifesti e dipinti campeggiano alle spalle dei protagonisti, così com’è nella vulgata zeffirelliana. Le proiezioni di Sergio Metalli sulla gradinata si rivelano poco efficaci e anche graficamente malriuscite, non sempre decifrabili. Leda Lojodice cura quella che dovrebbe essere la coreografia, in realtà semplici movimenti scenici.

De Ana impacchetta quindi un prodotto dal forte taglio cinematografico che sicuramente manda in visibilio gli amanti della tradizione, ma non chi ogni anno si reca al Festival con occhio critico. Nel 2017 il Nabucco di Arnaud Bernard fu un’altra “novità” pregna della lezione del Fiorentino. E’ da giorni annunciato che nel 2019 verrà riproposto Il Trovatore di Zeffirelli. Si riuscirà per il centenario a superare la rassicurante estetica delle masse per la massa a favore dell’innovazione?

Magre consolazioni

Il maestro Francesco Ivan Ciampa debutta sul podio dell’Arena. Nel suo approccio al titolo non si riscontrano differenze con le numerose Traviate in Fenice nel bienno 2016-2017 e la recente Manon Lescaut al Filarmonico. Ciampa chiede all’orchestra finezze che si perdono nella vasta buca scaligera, più adatte agli spazi chiusi finora frequentati. Ciò va a discapito del colore, della passionalità e del ritmo che pervadono la partitura e della sintonia col palcoscenico. La tendenza a dilatare troppo i tempi non aiuta.

Nel cast si distingue Mariangela Sicilia, Micaela dalla bella voce piena, perfettamente musicale, incisiva nel ruolo convenzionale di innamorata, reso però senza eccessi di melassa. Bene il Don José di Brian Jagde, tenore corretto e credibile nel fraseggio, che cade però in un fastidioso falsetto nel finale della Fleur.

Anna Goryachova è Carmen priva di sensualità che poco ha del mezzosoprano. Il timbro è infatti inadatto alla parte, resa con scostante aderenza musicale. La cifra distintiva, la sfacciataggine, il demoniaco menefreghismo verso l’altro le mancano sul palco. Alexander Vinogradov è Escamillo grossolano, nasale, dalla dizione imprecisa e dal canto demodé.

Ruth Iniesta e Arina Alexeeva, rispettivamente Frasquita e Mercedes, sono ottime comprimarie, insieme a Davide Fersini nei panni del Dancairo e Enrico Casari come Remendado. Completano la compagnia Zuniga di Luca Dall’Amico e Moralès di Biagio Pizzuti.

Qualche scollamento tra buca e Coro. Buona la prestazione del Coro di Voci Bianche A.LI.VE diretto da Paolo Facincani.

Applausi convinti da parte del pubblico numeroso nonostante le defezioni in corso d’opera, dovute di certo al clima freddo della serata.

Luca Benvenuti

Crediti EnneVi.