I due gentiluomini di Verona

Ci sono testi che meritano di non essere portati in scena. I due gentiluomin di Verona (The two Gentlemen of Verona) ad esempio. D’indubbia datazione e attribuzione shakespeariana, il soggetto non è tra i più cattivanti. Fu pubblicata per la prima volta nell’in-folio del 1623, una fonte assai corrotta. In esso, infatti, il testo manca di didascalie, delle entrate e delle uscite dei personaggi. Forse stampata sulle parti dei singoli attori, forse lavoro a più mani tra Shakespeare e i suoi collaboratori, questo prototipo di commedia “romantica” manca di quella perfezione che il Bardo raggiunse solo nella maturità.

Si riconoscono, infatti, certi topoi futuri: la lista dei pretendenti commentata tra Julia e Lucetta la si ritrova in The Merchant of Venice, così come il clown Launce parente del Launcelot Gobbo; Julia travestita da paggio che richiede a Silvia un suo ritratto nella Twelfth Night, nel rapporto Viola-Olivia; la scala di corda e un incontro amoroso nella cella d’un frate in Romeo and Juliet. E’ la qualità del testo, prettamente letterario più che prosaico, a suscitare enormi dubbi sull’eventualità d’una riproposta moderna.

L’allestimento

Ci prova Giorgio Sangati, di cui ricorderemo per sempre quel capolavoro che fu Le donne gelose, lasciatogli in eredità dal suo maestro Luca Ronconi. Il giovane regista cura anche la versione italiana, senza riuscire a scartarsi dall’eccessiva letterarietà che ammorba i protagonisti, costantemente assorti nei loro dilemmi. Ai personaggi sono affidate partiture gestuali specifiche, alcune più macchiettistiche – Giulia, Lucetta, Lanciotto e Svelto, altre più auliche, in un equilibrio alla lunga fragile. L’intento voluto è riflettere sui giovani d’oggi usando quelli d’allora, facendone dei “bamboccioni” immaturi che corrono dietro alle donne degli amici, evocando l’adolescenza non come età anagrafica, ma come stato mentale. Così fanno infatti Valentino e Proteo, stretti da un profondo legame amicale che apre ampie riflessioni sulla sessualità ai tempi di Shakespeare, ambiguità su cui Sangati gioca, ma non troppo. Di fronte a tanti temi proposti, alcuni risultano messi a fuoco, altri meno. Manca quello sviluppo che colpisce lo spettatore allo stomaco, perché il teatro di parola a lungo andare fagocita l’azione, virando verso il declamato e non l’ interpretazione totale.

Nella compagnia si distinguono Fausto Cabra come Proteo amoroso, Gabriele Falsetta un Arlecchino sotto i panni di Svelto e Paolo Giangrasso, Lanciotto irriverente. Charlie, una cane vero costantemente assopito sulle assi del palco, strappa sorrisi e applausi al pubblico.

La scenografia di Alberto Nonnato ha un che di primitivo. I personaggi escono da questa tomba di pietra che ora è Milano, ora Verona, cambio che avviene attraverso una parete mobile e scritte a caratteri cubitali. Le luci fredde di Cesare Agoni contribuiscono a far risaltare i costumi sgargianti di Gianluca Sbicca. Audaci quelli per Julia e Silvia, di velluto alla lunga fastidioso agli occhi quelli per Valentine e Proteus.

Teatro pieno alla recita di domenica 21 gennaio e consensi generali per tutti.
Si replica dal 24 al 28 gennaio al Teatro Verdi di Padova.

 

I due gentiluomini di Verona
di William Shakespeare, versione italiana di Giorgio Sangati

con Fausto Cabra (Proteo), Ivan Alovisio (Valentino), Camilla Semino Favro (Giulia), Antonietta Bello (Silvia), Luciano Roman (Duca di Milano), Gabriele Falsetta (Svelto), Paolo Giangrasso (Lanciotto), Ivan Olivieri (Turio), Giovanni Battista Storti (Antonio; oste), Alessandro Mor (Eglamore; bandito), Chiara Stoppa (Lucetta; bandito), Diego Facciotti (Pantino; bandito) e con la partecipazione straordinaria di Charlie

Regia: Giorgio Sangati
Scene: Alberto Nonnato
Costumi: Gianluca Sbicca
Luci: Cesare Agoni

Produzione: CTB Centro Teatrale Bresciano e Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale