Elvira o la passione teatrale

Toni Servillo a Venezia nell’Elvire Jouvet 40 di Jaques

Elvira, il nuovo spettacolo di Toni Servillo prodotto dal Piccolo Teatro di Milano e Teatri Uniti, chiude la stagione del Teatro Goldoni con dieci recite consecutive, dal 6 al 15 aprile.

Elvire Jouvet 40 di Brigitte Jaques, per la prima volta in scena l’8 gennaio 1986 a Strasburgo, nacque dalla trascrizione delle sette lezioni sulla seconda scena di Elvira nell’atto quarto del Dom Juan di Molière, impartite dall’attore-regista Louis Jouvet a un’allieva, nel testo Claudia, tra febbraio e settembre 1940 al Conservatoire di Parigi.
Fu poi il compianto Giorgio Strehler, sempre nel 1986, a portare e interpretare Elvire Jouvet 40 in Italia per l’inaugurazione del Piccolo Teatro Studio.

Un testo moderno

A Toni Servillo va riconosciuto il merito di aver scelto un’opera ancora attuale. Le riflessioni di Jouvet sull’attore e il ruolo sociale del teatro calzano a pennello nei nostri tempi, epoca di imbarazzante relativismo, qualunquismo e mediocrità. Mettendo lo spettatore di fronte alla creazione del personaggio, il regista ricerca l’autenticità di Elvira lungo un percorso fatto di vicoli ciechi, bivi e strade impervie. Un risultato che non esclude ripensamenti, revisioni, critiche ed elogi. Servillo scava in Claudia alla ricerca della forma e del sentimento che sottostanno al personaggio, così come Michelangelo cavava dalla roccia l’anima delle sculture. Limite del testo è la presenza di Octave e Léon, qui rispettivamente Francesco Marino e Davide Cirri, figure superflue che potrebbero essere assorbite senza problemi nel ruolo di Jouvet.

Fedele all’Elvira originale

In questa relazione maieutica, Servillo adotta una recitazione troppo piatta e monotona, senza cambiamenti di ritmo, di registro e di volume. Ravvisiamo infatti molto più presente la lezione accademica di Philippe Clévenot, interprete di Jouvet nella versione originale del 1986, che quella istrionica di Strehler. E’ insomma assente quell’impeto creativo, quell’urgenza di entrare visceralmente in empatia con Claudia, la brava e paziente Petra Valentini, che darebbe invece più dinamismo al testo.

Anche le scene e i costumi s’ispirano quasi interamente a quelli di Emmanuel Peduzzi per la prima di Strasburgo. Unica variante, una radio da cui la musica lascia progressivamente posto alla voce di Hitler. Anni di guerra, tempi in cui fare arte diveniva sempre più difficile, umanamente e civilmente, sotto l’avanzata nazista. La vera Claudia, Paula Dehelly, ottenne il prix de comédie et de tragédie, ma le venne interdetto l’accesso alle scene per le origine ebraiche. Jouvet se ne andò in esilio in America dal 1941 al 1944.

Pubblico numeroso alla recita del 15 aprile e applausi calorosi per Servillo e Petra Valentini.

Luca Benvenuti