Ensemble Ensemble, la parola e l’identità

Ensemble Ensemble, presentato il 23 luglio in prima italiana alla Biennale Teatro di Venezia, pone l’attore e lo spettatore davanti a due grandi interrogativi: l’identità e la parola. Con soli quattro interpreti Vincent Thomasset riflette sulla costruzione della struttura umana e su come essa si relazioni con le altre attraverso il linguaggio.

La parola è l’individuo

Non siamo più soliti, nel logorio lessicale a cui ci abituano i social, soffermarci sul ruolo che il corpo e la voce ricoprono nel veicolare messaggi, nel riempire luoghi e nel creare presenze reali o effimere. La donna che Thomasset fa parlare cerca di comprendere proprio questo, definirsi cioè attraverso la comunicazione. Ensemble Ensemble affonda le radici in un materiale biografico verosimile – dei diari appartenuti a una donna del ventesimo secolo, sdoppiamenti di personalità, brevi tragitti abituali – che spinge la donna a raccontarsi all’interno della coppia, vasto luogo del silenzio, o in pubblico. Tentativi che possono riuscire come no, avvolti nell’incomunicabilità.

Parole che costruiscono paesaggi o architetture mentali, vuotate di qualsiasi valore esornativo e ridotte all’essenza della loro enunciazione. Un testo difficile nella sua ironia sottile, comprensibile spogliandosi del nostro essere adulti e tornando per un’ora anche ai tempi dell’infanzia, quando assurde associazioni semantiche iniziavano a configurarci come esseri pensanti in rapporto al molteplice che ci circonda. “En archê ên ho Lógos”, d’altronde.

Chiaroscuri dell’anima e del corpo

I quattro performers – Aina Alegre, Lorenzo de Angelis, Julien Gallée-Ferré, Anne Steffens – alternano monologhi, dialoghi e momenti di doppiaggio istantaneo. Le coreografie creano gli spazi in cui si muove la parola e si distinguono per la pulizia del gesto e la felice sincronia colle musiche scelte. Perché c’è tutto in Ensemble Ensemble, pure un riuscitissimo lavoro di Pierre Boscheron sulle sonorità di Royer, Kapsberger, Lotti, Vivaldi, Marais e Couperin nella versione neobarocca di The Noise Consort. Brani che, come Les Fastes de la Grande et Ancienne Ménestrandis o Sonnerie de Ste. Geneviève du Mont-de-Paris, conferiscono un sapore arcaizzante che spinge la riflessione verso tempi più lontani, dove la parola diventava espressione di sentimenti e identità raffinate, pure confondenti, durante quella che Benedetta Craveri ha definito la “civiltà della conversazione”.

Gli interpreti si muovono nella scena buia, alle spalle uno schermo che, citando Sauve qui peut (la vie) di Godard, solo in un momento si illumina di blu trasformandoli in ombre cinesi. L’eleganza del disegno luci di Pascal Laajili, al pari della sobria scenografia di Vincent Gadras, ammanta lo spettacolo di una cifra distintiva, squisitamente francese.

Consensi calorosi al termine per i quattro attori da parte del pubblico accorso numeroso al Teatro Piccolo Arsenale.

A.V.

Crediti di Philippe Munda