Erodiàs o del vuoto d’amore

Teatro Ca’ Foscari affollatissimo per Erodiàs di Fracassi-Martinelli

Un amore impossibile. Una donna disperata. Una testa mozzata. Questo è Erodiàs, il secondo dei Tre lai di Giovanni Testori, opera compiuta poco prima della morte ed edita postuma nel 1994. Tre muliebri invettive: CleopatràsErodiàsMater Strangosciàs, espressioni dell’ultimo e straziante interrogarsi sull’esistenza umana. O meglio, su quel sentimento che sovente viviamo al pari del lutto: il vuoto d’amore. Su questa assenza Renzo Martinelli elabora Erodiàs, affidandola alla straordinaria Federica Fracassi.

E’ un lavoro di Teatro i che si avvale inoltre della drammaturgia di Francesca Garolla e della consulenza artistica di Sandro Lombardi.

L’assenza, il sacro e l’indicibile

Il Teatro Ca’ Foscari ha avuto l’acume di ospitare Erodiàs nella stagione in corso, confermandosi ancora una volta catalizzatore di qualità. Una modifica tecnica dell’allestimento ci offre lo spunto per scrivere queste righe. L’assenza in scena della prevista vetrina di plexiglas da cui al termine esce Erodiade, elemento fondamentale per la drammaturgia, enfatizza infatti il senso di vuoto amoroso su cui è incentrato il testo. Martinelli parte proprio “dalla rabbia che smangia l’essere umano quando si trova davanti al limite, alla finitudine”. Testori di questo limite ne sapeva parecchio. Omosessuale cattolico, infonde in Erodiàs, ancor più che nelle prime versioni, il livello zero del desiderio, quello corporale, meccanico, lubrico del coito. Attraverso la “dama squinternada”, l’autore sublima l’attrazione verso lo stesso sesso, dando voce alla disperazione di un amore irrealizzabile, in cui latitano pietà, tenerezza o comprensione, ma avanza prorompente solo la lussuria verso Giovanni Battista.

“Jokanaàn! Slanjokaàn!“

In questa veste, Erodiàs ha una ringkomposition, principiando e terminando con l’invocazione al capo mozzato di Giovanni. “Jokanaàn! Slanjokaàn!“ è il grido di Erodiade, a suggerire la ciclicità cui è destinata nel Purgatorio che la circonda. Un limbo dove la fede e la coscienza non esistono, e forse non arriveranno mai. Glielo dice verso la fine la testa di Giovanni che la sorte riservatole è “specciare”, aspettare. In questo spazio di espiazione e di attesa, l’eroina si sdoppia, dà sfogo anche ai pensieri grazie al raffinatissimo lavoro sul suono di Fabio Cinicola. La voce registrata della Fracassi infatti si sovrappone a tratti a quella viva, creando atmosfere inquietanti. L’idioletto, il grammelot testoriano, non lesina oscenità, immagini crude, al limite della blasfemia, costruite tramite idiomi latini, inglesi, lombardi e pure neologismi. Nell’estrema ricerca di assonanza e musicalità, la parola diventa scudo sotto cui l’autore nasconde la propria autentica natura, nel desiderio utopico di coniugare le dicotomie ancestrali che interessano Martinelli: corpo e mente, ignoranza e conoscenza, sesso e morte.

Una perfetta sincronia

Evidente è l’onnipresenza del regista che prescrive all’attrice una complessa partitura gestuale. Subito vediamo la testa del Battista parlare tra le mani di un manichino in abito settecentesco, decapitato. E’ Fracassi, con tanto di barba giovannea, che successivamente verrà quasi “partorita” in body e guêpière. Un fallo di gomma, sotto una teca illuminata, diventerà il suo interlocutore, neppure tanto oscuro oggetto del desiderio. Attraverso una sottile rete di simbolismi, Martinelli fa di Erodiade la Grande Prostituta, donna ma anche uomo, che si contende il Precursore con Cristo. Avutane la testa, ad essa Erodiàs urlerà la propria rabbia, fino a volerla ingurgitare in “un cannibalico e gaudioso manducare”, estremo atto di sacrilega comunione.

Federica Fracassi, fresca di Premio nazionale Franco Enriquez 2017 come miglior attrice, segue le indicazioni registiche senza alcuna difficoltà. Mai un cedimento nel respiro, mai un affanno o una parola ripetuta. Grazie a lei e al lavoro sul testo, la lingua di Testori diventa quasi per intero comprensibile, dimostrando ancora una volta la bravura di Fracassi nel servire al contempo l’eccesso della parola e della regia.

Sala sold out, piena come sempre di giovani spettatori, saluta con calorosi consensi l’attrice.

Luca Benvenuti