Cultura e spettacolo

Il pungiglione fa scoppiare la Live Arena

90’ per attraversare tre carriere. Il “Pungiglione” ossia Sting ha fatto patire i suoi fans fino all’ultimo non sapendo se il concerto si sarebbe fatto ma, alla fine, ottomila persone hanno vissuto quelle vibrazioni che partivano dai Police, attraverso la carriera da solista e le collaborazioni. Tutto in un’ora e mezza del “My songs tour 2019”

Il concerto

Ha cominciato e finito in acustico, solo con una chitarra, Sting, che è poi uno che ha fatto fortuna imbracciando un basso. Una di quelle serate in cui è difficile trovare qualcuno tra il pubblico che non conosca tutte le canzoni. Sono passate le 21 e 30 da poco, la Live Arena è gremita. Si parte con Roxanne. L’amore per una prostituta che cantavano i Police, un brano del 1979 diventato uno dei brani fondamentali della storia rock. Di seguito, immediata, arriva “Message in a bottle”, e c’è chi pensa sia già abbastanza. 

Lo show

Uno spettacolo mai eccessivo, non ci sono effetti speciali che distraggono da ciò che accade sul palco, ma sempre molto intenso, non ci sono mai cali. E’ la musica la protagonista, le canzoni. La parte del leone la fa inevitabilmente Sting, il pungiglione, che però mette tutti a proprio agio, tratta tutti alla pari, dai musicisti al pubblico. Ai quali da tutto quello che può. Inutile dire che per chi ha una certa età, basta aver superato i 40 anni, non serve esagerare, è una grande emozione sentire dal vivo eseguire brani contenuti in album come “Ghost in the Machine” o “Zeniatta Mondatta”.

Il sound del Pungiglione

Quel suono, quel miscuglio di punk unito alle vibrazioni del reggae, tipico dei Police, al tempo suonava come la rivoluzione. Musicale, si intende. Quello da cui pesca di più è “Syncronicity”, comunque, e se può sorprendere la scelta “Wrapped aroung yuor finger”, che rimane sempre un gran pezzo ma come tanti altri del loro repertorio, “Every breath you take” non può mancare. Ed è così che finisce la prima parte del concerto. Ed è un tripudio.

Da solista

Anche la parte di repertorio solista è ben valorizzata. Così brani come “If you love somebody (set them free)” o “Russians”, non possono che conoscerli tutti. Soprattutto quest’ultima ha evidenziato quante cose siano cambiate in questi anni. Gli assetti politici, i riferimenti culturali ed estetici. Ma solo questo, perché non c’è stato brano che sia stato recepito come “vecchio”, non c’è mai la percezione di sentire qualcosa che stoni o che non ci stia in questi giorni. Il finale è come si è cominciato, con lui da solo e una chitarra acustica. E se tante cose sono cambiate, se il tempo è passato per tutti, anzi per tanti perché c’erano anche numerosi giovani tra il pubblico, anche giovanissimi per capirci, con l’esecuzione di Fragile ci ricorda cosa invece rimane sempre uguale.

Il Pungiglione italiano

«Buonasera a tutti, come state? Sono contento di stare con voi a Padova». Parla italiano Sting, lui che passa sei mesi all’anno nella sua tenuta toscana e adora l’Italia. Per “Message in a Bottle”, riprende in mano il suo basso Fender Precision del 1957: e che emozione quando ha cantato l’inizio di una strofa con il solo accompagnamento ritmato dal battimani del pubblico senza la musica.

La band

Nella band anche suo figlio, Joe Sumner, che ha presentato con gli altri musicisti: «È il più giovane» ha detto « e avrà lui il delicato compito di suonare l’armonica al posto di Stevie Wonder in “Brand New Day”.Un tuffo tra i classici dei Police con “Every Little Thing She Does Is Magic” . Una carrellata di grandi canzoni dei Police, inframezzata da “Desert Rose”, ha monopolizzato la seconda parte del concerto. Non si poteva chiedere di più.  Poi la Luna fa capolino sul concerto. Il Pungiglione riprende la chitarra e vibra le sue corde per “Walking on the Moon”. Il modo migliore per chiudere ricordando chi, 50 anni fa, è sceso per primo sulla Luna. 

Pagina a cura di Zedlive! e Gian Nicola Pittalis

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