Cultura e spettacolo

Il sogno di Scipione al Teatro Malibran

Il mese di febbraio del Teatro La Fenice di Venezia vede alternarsi ben tre nuove produzioni. La prima è Il sogno di Scipione di Wolfgang Amadeus Mozart su libretto di Pietro Metastasio. Nata con intenti encomiastici più che filosofici per il principe-arcivescovo di Salisburgo Sigismund III von Schrattenbach, deceduto anzitempo, venne riciclata nel 1772 per il conte di Colloredo. La “serenata drammatica” impressiona per la perfezione con cui il quindicenne Mozart padroneggia l’orchestra e la scrittura vocale. Debitore della tradizione italiana, composto infatti nel 1771 a cavallo tra i due viaggi nel Bel Paese, Il sogno di Scipione celebra la maturità e la superiorità di Mozart rispetto ai suoi contemporanei.

Far quadrare il cerchio?

L’allestimento rientra nel progetto “Atelier della Fenice al Teatro Malibran”, iniziativa che coinvolge gli studenti dell’Accademia di Belle Arti in un primo approccio al mondo teatrale. Seppur con alcuni tagli ai recitativi, la vicenda è quella di un politico moderno secondo le intenzioni del tutor di regia Elena Barbalich. L’identità di Scipione, combattuta tra Fortuna e Costanza alleate contro di lui, cede quando scopre di essere un burattino in mano alla folla che lo investe degli attributi regali, lo scettro e il globo. Si rievoca l’uso dell’antico che si faceva nei totalitarismi citando The Great Dictator, i reclusi dei campi di sterminio, il grigiore della massa nei costumi di Davide Tonolli. In questa difficile quadratura del cerchio, forme che ricorrono spesso nelle scene di Francesco Cocco, si inseriscono gesti concettosi e poco chiari che stemperano ulteriormente il valore morale della cantata.

Ottima direzione e fresche voci femminili

Alla guida dell’orchestra c’è Federico Maria Sardelli, esperto settecentista assai apprezzato per le sue edizioni critiche vivaldiane. Adotta una linea pulitissima, perfetta per esaltare le sezioni, ricca di colori e dinamiche sempre coerenti e ben calibrate.

Nel cast si distingue la Costanza di Francesca Boncompagni, capace di colorature pertinenti e virtuosismi senza sbavature nelle non facili arie “Ciglio, che al sol si gira” e “Biancheggia in mar lo scoglio”. Bernarda Bobro è Fortuna dal piglio seducente, seppur la linea di canto presenti qualche asperità in acuto. Valentino Buzza è Scipione dal bel timbro scuro, a suo agio nelle agilità e centrato nel personaggio. Emanuele D’Aguanno è Publio afflitto da cali di volume e d’intonazione. Luca Cervoni convince nel ruolo di Emilio grazie alla voce ferma e chiara. Rui Hoshina risolve con discreta efficacia la Licenza finale.

In ottima forma il coro, istruito da Claudio Marino Moretti, che canta dal golfo mistico, lasciando spazio sul palco ai ventisette figuranti dell’Accademia di Belle Arti.

Applausi convinti per tutti alla prima dell’8 febbraio.

 

Luca Benvenuti

Crediti Michele Crosera

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