John Ruskin, le pietre di Venezia

Se sai dipingere una foglia, sai dipingere il mondo” John Ruskin, Modern Painters

Era tempo che Venezia facesse i conti con questo illuminato intellettuale del XIX secolo, figura centrale nel panorama artistico internazionale dell’epoca vittoriana, cantore di eterne bellezze lagunari, voce moderna e controcorrente. Universalmente noto per il magnifico libro “Le Pietre di Venezia” è meno conosciuto come artista. Ho avuto modo di ammirare suoi lavori nel 2010, alla mostra I Preraffaelliti e il sogno italiano di Ravenna, ma è davvero insolito che non esista nessuna opera pittorica di Ruskin nel nostro paese, tenendo conto del suo infinito amore per l’Italia.

Le opere, oltre cento, provengono dai più grandi musei del mondo ed è un privilegio osservarle tutte insieme nella città che il grande intellettuale londinese visitò ben undici volte, tra il 1835 e il 1888, soprattutto perché non utilizzò mai i suoi lavori per esposizioni o commercio, ma a fini di studio e ricerca analitica, un metodo rigorosamente scientifico che lo portò a intuire anticipatamente il valore del dagherrotipo.

Venezia lo celebra nel luogo della sua ispirazione: Palazzo Ducale, edificio che Ruskin esplorò a fondo, arrampicandosi persino sui capitelli, elaborando taccuini, acquarelli, rilievi architettonici. Uomo modernissimo, interdisciplinare diremmo oggi, si occupò di botanica, mineralogia, economia, architettura e soprattutto restauro. Sostenitore del gotico, in opposizione all’imperante rinascimento, lanciò un grido d’allarme contro il rischio di annientamento degli edifici medioevali.

Davvero imperdibile la mostra John Ruskin Le pietre di Venezia allestita a Palazzo Ducale sino al 10 giugno 2018.

Si tratta di opere straordinarie, acquarelli raffinati che raccontano paesaggi, cieli, nuvole, architetture, esaltati dalla splendida scenografia di Pier Luigi Pizzi. Una mostra curata da Anna Ottani Cavina e la preziosa direzione scientifica di Gabriella Belli. Strepitosi gli acquarelli ispirati alle Alpi, vette che incantarono il nostro incredibile viaggiatore: “queste grandi cattedrali della terra con i loro cancelli di roccia, pavimenti di nuvole, cori di torrenti e di pietre, altari di neve e volte di porpora, attraversate da una disseminazione di stelle”.

Le Alpi erano il passaggio divino verso l’Italia e verso la città lagunare, “sono più felice qui di quanto potrò mai essere nella mia vita”. Si sentiva un figlio adottivo di Venezia e definiva l’Italia una terra santa. Amore infinito, forse nato da un regalo che ricevette ancora adolescente “Il giorno del mio tredicesimo compleanno il signor Telford mi regalò l’Italia di Rogers, con illustrazioni di Turner, e determinò il destino della mia vita”.

Nel corso dei suoi avventurosi viaggi, disegna foglie, conchiglie, montagne, l’Etna in eruzione inquadrato all’alba da Taormina “spaventosa, ignota potenza”. Senza dimenticare i tramonti inglesi già inquinati dal nebuloso fumo di Londra.

Blasonata voce solitaria del suo tempo, non identificava la bellezza di Venezia con le glorie del Rinascimento ma con l’intarsio dei marmi gotici e bizantini. Soffriva per l’abbandono e il degrado della città, sfregiata sempre di più da restauri invasivi e per primo lancia un allarme sulla sopravvivenza stessa del territorio. Documenta gli estesi restauri che avevano devastato interi settori della Basilica di San Marco, i marmi prelevati, le colonne abrase, i mosaici sostituiti. Il suo appello accorato viene raccolto dal giovane conte veneziano Alvise Pietro Zorzi.

Ecco cosa scrive Ruskin nei suoi diari: “Non puoi immaginare che triste giornata ho passato ieri davanti alla Ca’d’Oro, tentando inutilmente di disegnarla mentre i manovali la stavano abbattendo a martellate davanti ai miei occhi”.

D.1726-1908
A Window in The Foscari Palace, Venice;
by John Ruskin (1819 – 1900);
English;
19th century.
Watercolour.

Questa la sua rivoluzionaria missione: documentare, scrivere, disegnare, nel gelido inverno ogni profanazione di una Venezia, bella quanto fatiscente, come documentano i suoi acquarelli e le foto d’epoca.  “Vorrei disegnare tutta San Marco, pietra dopo pietra, mangiarla con la mia mente, un tocco dopo l’altro”.

Palazzo Ducale, oggi lo ospita gloriosamente, forse memore della bella descrizione che Ruskin elaborò: “Romano, Lombardo, Arabo, è l’edificio centrale del mondo”.

E che dire del suo amore per i maestri veneziani, rimane annichilito dalla potenza di Tintoretto, “neppure Michelangelo sa scagliare figure nello spazio come lui”. Definisce le dame veneziane di Carpaccio, il quadro più bello del mondo. Sfortunato nelle vicende amorose e con gravi problemi di salute, soffre di encefalopatia che gli causa allucinazioni, febbre, debolezza cognitiva. Si spegne a ottant’anni dopo un lungo periodo di crisi depressive. A noi piace ricordarlo nella veste moderna e battagliera quando a soli 17 anni si impegna strenuamente nel difendere l’opera pittorica di Turner, disapprovato dalla cultura imperante. La mostra si avvale anche di alcune straordinarie tele del maestro.

Così, magicamente, Ruskin, è tornato nella sua Venezia nel palazzo che conosceva tanto bene e che voleva proteggere come ogni frammento della città. Ma non aspettatevi sbavature sdolcinate, del resto la sua corrispondenza è davvero esplicita: “Tu lo sai, al pubblico non ho promesso romanticismo – ho promesso Pietre”.

 

 

 

Elisabetta Pasquettin