La Bohème dai mille colori

Torna alla Fenice fino al 25 marzo la festosa Bohème, garanzia del repertorio

Scrive Stefan Zweig in Die Welt von Gestern: “noi abbiamo dovuto a poco a poco abituarci a vivere sentendoci mancare la terra sotto i piedi, senza diritti, senza libertà, senza sicurezza.” Situazione non dissimile a quella dei bohémiens di Murger e Puccini e non meno lontana da quanto viviamo noi giovani umanisti d’oggi. Nel clima di totale sconforto culturale che ci attanaglia, guardare La Bohème con gli occhi di Francesco Micheli aiuta a sentirsi meno soli. Dedicata infatti dal regista bergamasco “ai ragazzi, spiazzati dal presente”, si distingue per una piacevole fedeltà al libretto, senza rinunciare scelte inventive mai azzardate.

In cartellone dal 2011, è l’unico spettacolo del repertorio del Teatro La Fenice a non perdere lustro nel tempo. Merito soprattutto delle scene efficaci di Edoardo Sanchi e dei costumi di Silvia Aymonino che trovano nel colore la loro cifra distintiva. Le belle forme d’una Parigi non troppo da fiaba, ma ampiamente naturalistica, ricordano un poco inoltrato Novecento. Incorniciata in un luminosissimo ovale, ecco la soffitta ove gli amanti addirittura si trasfigurano. Autentico capolavoro, perfetto connubio tra regia e scenotecnica, è il Quartiere latino. Questo monumento alla spensieratezza giovanile si apre con la metro, per lasciar spazio alle tinte delle affiches sulle case retrostanti. Qui la fantasia di Aymonino si sbizzarrisce nel creare giochi cromatici che gratificano l’occhio, culminanti nella ritirata finale, quando fervori patriottici entusiasmano gli avventori del Momus. Luminosità che si spegne tra bisticci sentimentali e di nuovo la fredda soffitta, ove si conclude l’esistenza di Mimì.

“La jeunesse n’a qu’un temps”

Sostituiscono il maestro Myung-Whun Chung, impossibilitato a presenziare causa un incidente stradale, Francesco Lazillotta e Stefano Ranzani, in passato già ingaggiati per questa Bohème veneziana. Stefano Ranzani affronta con piglio fortemente narrativo la partitura pucciniana, offrendo una direzione a dir poco esemplare. Felici soluzioni ritmiche, morbidi cromatismi, ricchezza timbrica, attenzione alle sezioni e ottima sincronia con i cantanti le peculiarità del suo operato, complice l’Orchestra ormai rodata nel titolo.

Nel secondo cast spicca senza dubbio Vittoria Yeo, Mimì cesellata con raffinatezza e intelligenza. Se a suo tempo Yeo, soprano lirico e non drammatico d’agilità, destò perplessità nell’Attila che inaugurò la stagione lirica della Fenice due anni orsono, qui l’approccio al ruolo risulta congeniale. Il canto è sempre curato in tutta la linea, rifinito di belle sfumature e suggestivi pianissimi. Senza strafare, incarna un personaggio più che umano. Il tenore Azer Zada, seppur sufficiente in timbro e colore, non convince appieno come Rodolfo per il fraseggio generico e il ricorso a un’emissione a tratti troppo forzosa. Bruno Taddia è Marcello costantemente nervoso, troppo affannato, pecca che adombra la liricità della parte. Rosanna Lo Greco delinea una Musetta discreta, con qualche limite in acuto nel celebre valzer, ma molto appassionata negli ultimi due quadri.

Riuscito il Colline di Andrea Patucelli che riscuote caldi applausi con la partecipata Vecchia zimarra. Bene lo Schaunard di Francesco Salvadori. Il Benoît di Matteo Ferrara conta ormai più sulla recitazione che sul canto al pari dell’Alcindoro di Andrea Snarski.

Impeccabile il Coro, preparato da Claudio Marino Moretti. I Piccoli Cantori veneziani, diretti da Diana D’Alessio, superano la prova a pieni voti.

Teatro affollatissimo alla recita del 17 marzo e consensi generali da parte del pubblico.

Photo ©Michele Crosera

Luca Benvenuti