“La bottega del caffè” a Mirano

Non convince la lettura della Compagnia Gank, nervi a fior di pelle e poco carattere

La bottega del caffè chiude la stagione di prosa La Città a Teatro 2017/2018 di Mirano. Frutto eccezionale del 1750, anno faticosissimo in cui Goldoni produsse, al prezzo d’una profonda depressione, ben sedici commedie nuove per Girolamo Medebach, La bottega del caffè è opera atipica. Il titolo, contravvenendo alla consuetudine dell’autore d’indicarne il protagonista, si rifà infatti a un ambiente particolare e la storia è squisitamente corale.

L’azione nasce dalla ludopatia e dalla maldicenza. Della prima il fine drammaturgo analizza gli effetti stranianti sulla vita del disgraziato mercante di stoffe Eugenio, verso cui all’inizio poco servono gli sforzi della moglie Vittoria e del premuroso caffettiere Ridolfo. Don Marzio è la malalingua, il parlatore eterno, colui che colma mende personali traendo vanto dall’infamare le sorti altrui. Eppure, il lieto fine è assicurato, gli amori ricongiunti, il lestofante Pandolfo castigato e Don Marzio abbandonato al triste destino d’eterno perdente.

 

La compagnia e l’allestimento

Lo spettacolo non è nuovo. Risale infatti all’ormai lontano 2009, quasi dieci anni che pesano in termini di freschezza e qualità. Non dubitiamo che a suo tempo questa Bottega possa essersi presentata innovativa e ben studiata, ma lo stesso non può dirsi di quanto visto a Mirano. Il regista Antonio Zavatteri desidera “rifuggire le forme stereotipate della commedia settecentesca” senza perdere di vista la “leggerezza goldoniana”. Ambizione legittima nel complesso intuibile ma disattesa dalla compagnia. Aleggia infatti un’isteria collettiva che porta a urlare gran parte del testo, in un’approssimazione generale ove i personaggi perdono i loro variegati caratteri. Della levità originaria gli attori non fanno rimanere nulla.

Ridolfo (Andrea Di Casa) è un eterno baruffante, alla lunga più pedante che uomo conciliante. Don Marzio (Marco Zanutto), costantemente paonazzo mentre recita, porge ogni battuta sempre al limite della stizza, al di fuori di qualsiasi personale caratterizzazione. Tra i ruoli maschili, si distingue il servitore Trappola di Cristiano Dessì, l’unico in grado di mantenere un pertinente aplomb. Risolte con intenti comici banali la Vittoria di Sara Cianfriglia e la Lisaura di Marcella Speranza, la Placida di Cristina Pasino dimostra invece un minimo d’intensità drammatica. Unico momento riuscito, grazie alle luci di Sandro Sussi, al commento sonoro vivaldiano e a un felice attimo di grazia degli interpreti, l’ “orgia” nei camerini della biscaccia.

Fuori scala le scene di Laura Benzi che cura anche i costumi, accostamento di fogge sgangherate e dalla fattura grossolana.

Sala piena e successo caloroso per l’intera compagnia.

Luca Benvenuti