La sconfitta di Nora

Arriva a Mirano, per una sola serata, un pilastro della letteratura teatrale dell’Ottocento, Casa di bambola.

Quando uscì nel 1897, il dramma di Henrik Ibsen suscitò scandalo come esempio di femminismo estremo. Nora vive in una società a cui non sente di appartenere, considerata dal padre e dal marito alla stregua d’una bambola. Ancor prima che donna, Nora è moglie e madre, assolvendo così la funzione che la mentalità ottocentesca le affida. L’amore non è contemplato nel matrimonio e, guarda caso, è il denaro l’unico argomento di discussione tra i coniugi. Inevitabilmente, per mezzo del confronto con Kristine e il dottor Rank, simboli rispettivamente del lavoro e della morte, Nora deciderà di affrancarsi dall’immobilità domestica. L’insopprimibile anelito alla libertà si conquista con la lotta sul ring del salotto, luogo che da Strindberg in poi perde la natura mondana per farsi confessionale e camera di tortura.

La forza del dramma sta senza dubbio nell’ambiguità del finale, studiato e interpretato sotto diverse chiavi di lettura. Ad esempio, Roberto Alonge, sulla scia di Gabriella Ferruggia e Georg Groddeck, decostruisce la leggenda di Nora prendendo le distanze dalla protomartire femminista, in realtà convinta a rimanere una bambola. Rimane necessario però non dimenticare il pensiero di Ibsen. Da una sua lettera al “Nationaltidende” del 17 febbraio 1880, apprendiamo infatti che l’epilogo conciliatorio tra Nora e Torvald approntato dall’autore per casi d’emergenza, fu da egli considerato “una violenza barbara” nei confronti del testo. Ciò conferma quindi la bontà del comportamento di Nora.

L’allestimento

Nell’adattamento di Roberto Valerio, Nora esce sconfitta, rimanendo prigioniera d’una mentalità strettamente maschilista. Già dall’inizio se ne intende la sottomissione al compagno e latitano nella regia quegli scarti utili alla progressiva costruzione dell’identità femminile. Valentina Sperlì è Nora sofferente fin da subito troppo consapevole di sé e del passato, circostanza che toglie pathos all’epilogo. Sull’uscio si leva il cappotto e rindossa la parrucca tolta nel momento dell’addio. Dove va a finire la necessità dell’autoesilio? Troppo incisiva è l’indole del marito, l’esagerato Torvald di Roberto Valerio, scattoso ed eccessivamente caricato, a tratti persino irritante, unico vincitore della crisi. Ben riuscito l’amorevole dottor Rank di Massimo Grigò e la Kristine Linde di Carlotta Viscovo. Il Krogstad imponente di Michele Nani sembra più un gigante amico che un pericoloso ricattatore.

D’altronde, più che sui personaggi, il regista lavora su certe atmosfere oniriche, fatte di voci, ombre e fantasmi che tormentano la mente della protagonista. A tale scopo si rivelano utili la scena di Giorgio Gori, che prevede sulla sinistra una parete di sportelli, cassetti e mensole in cui Nora nasconde i suoi tesori, e a destra un pannello ricurvo con porta e finestre, e le luci di Emiliano Pona.

Teatro quasi pieno e applausi per l’intera compagnia.

Luca Benvenuti