L’addio alle scene di Mariella Devia

19 maggio 2018, data storica per il Teatro La Fenice

Mariella Devia sceglie il teatro veneziano per l’addio alle scene, ricimentandosi in uno dei ruoli più ardui del repertorio lirico italiano, Norma. Ritirarsi dalla carriera, frutto di sacrificio, passione e studio costante, è sempre difficile. Soprattutto oggigiorno farsi da parte diventa quasi impossibile, più o meno costretti a dover brillare anche quando la luce diventa debole. Scelta quindi coraggiosa e umile quella di Devia, da vera antidiva. Solo tre date, 13, 16 e 19 maggio, per congedarsi dal pubblico che l’ha sempre amata. Siamo stati all’ultima, consci dell’unicità dell’evento, un’esperienza destinata a rimanere impressa a vita nei nostri ricordi.

Devia debuttò in Norma nel 2013. Rispetto alla precedente edizione in Fenice nel 2016, la sua interpretazione ci pare addirittura migliore. Fin dalla sortita, salutata con calore dal pubblico plaudente, dimostra ancora voce ragguardevole. Capace di fraseggio pertinente e fiati emozionanti, stupiscono gli acuti perfetti, così come l’ottima omogeneità dei registri grave e centrale. Al termine di Casta Diva, i presenti e i coristi la circondano in un ideale abbraccio con una lunga ovazione. L’immedesimazione nel personaggio è fatta di pochi gesti e tanta espressività, in perfetto equilibrio col canto.

L’allestimento 

Norma è riproposta nel Progetto speciale Biennale Arte del 2015, curato per intero da Kara Walker. Al di là della coerenza testuale, deceduta sotto il peso delle velleità di chi non sa fare, sono le note di regia, vestite di composta sicumera, a svelare l’incomprensione totale del lavoro belliniano. Non la Gallia, ma il Congo del governatorato di Pietro Savorgnan di Brazzà, con Norma e Oroveso sciamani ci sembra una trasposizione inconsistente. La regia è inesistente, coro e personaggi rimangono semicongelati dall’inizio alla fine, persino durante i momenti più concitati come Guerra, guerra! e la morte della druida. Brutti senza riserve i costumi.

Il resto della compagnia

L’Adalgisa di Carmela Remigio vanta una linea di canto sicura ed equilibrata. Nonostante alcune fastidiose chiusure su certe vocali, Remigio restituisce al personaggio tutto il tormento previsto, senza perdere mai la sintonia con la collega. Stefan Pop è Pollione più che risolto, ottimo nella dizione, nel fraseggio e nell’intonazione. Imponente e distinto l’Oroveso di Luca Tittoto. Completano il cast Anna Bordignon come Clotilde e Emanuele Giannino come Flavio.

Alla guida dell’Orchestra della Fenice il maestro Riccardo Frizza che, passato l’eccessivo coinvolgimento nella sinfonia, ritorna a una calibrata sapidità. Gli va riconosciuto il pregio di non sovrastare i cantanti, disimpegnandosi in una direzione assai teatrale, ma al contempo scorrevole e abbastanza musicale.

Bene il Coro preparato da Claudio Marino Moretti.

Venti minuti di applausi al termine, fiori, standing ovation e acclamazioni osannanti salutano l’artista eccelsa che non smetterà però di esibirsi in concerti e d’insegnare ai giovani.

Luca Benvenuti

Crediti Michele Crosera