Macbeth alla Fenice

Dopo la splendida Lustige Witwe di febbraio, il team Michieletto-Fantin-Teti torna in laguna con Macbeth, titolo inaugurale della stagione lirica 2018-2019 del Teatro La Fenice. A Venezia siamo stati abituati negli anni a conoscere il linguaggio vario, non sempre condivisibile, di Damiano Michieletto che diede alla luce lavori riuscitissimi come Don Giovanni, Così fan tutte, Die Zauberflöte e Aquagranda. Luci e ombre aleggiano invece su questo Macbeth. 

Macbeth in chiave psicanalitica

Posta in secondo piano la vicenda politica, Michieletto analizza la genesi del male all’interno della dimensione familiare. Il regista ci fa intendere che Macbeth perse una figlia, non sappiamo se partorita da Lady o altra donna, un lutto mai elaborato. Questa bimba morta vestita di rosso tormenta Macbeth come ricordo e come spirito invocato dalle streghe senza volto. Il dolore mal sopito si ripercuote giocoforza nel rapporto di coppia e nel contesto alto borghese che li circonda, ambiente ben ricreato dai costumi elegantissimi di Carla Teti. A Macbeth quindi non manca tanto il potere, ma la paternità. Re Duncano è un vecchio nonno festeggiato da Banco senior e junior e da Macduff con moglie e prole al seguito. Sarà proprio questa familiarità negata a mandare in cortocircuito Macbeth. Come lenire tale sofferenza? Eliminando fisicamente figli e genitori circostanti, lì dove in Shakespeare gli omicidi perpetrati costituiscono il vano tentativo di deviare un futuro già scritto. Non c’è spargimento di sangue, ma solo della vernice bianca cosparsa sul corpo prima di essere insacchettato nel nylon, sudario postmoderno. Da parte della Lady non sussiste un vero desiderio di maternità, ma l’esclusiva brama di potere anche su Macbeth stesso, rivelando durante “La luce langue”, cantata quasi come ninna-nanna, le latenze edipiche del marito.

Il lavoro è nel complesso interessante, ma la volontà di spiegare troppo rende certi passaggi freddi, distaccati e poco coinvolgenti, a lungo andare un girare in maniera ripetitiva intorno al già detto dei primi due atti. Rimangono irrisolti i destini della coppia, lei sonnambula tra una foresta di altalene senza l’impressione di una risoluzione del conflitto e lui muore da sé, quasi indifferente a Macduff. Il vero merito di Michieletto è il lavoro fatto con gli interpreti e il coro, impegnati a recitare dando l’anima per rendere alla perfezione i personaggi.

L’azione si svolge in una scatola scenica essenziale, valorizzata al meglio dalle luci di Fabio Barettin. Paolo Fantin adotta due pareti laterali di neon e una serie di velari di nylon che all’uopo avanzano, retrocedono o vengono strappati dai personaggi, rivelando o celando mondi paralleli e oscuri meandri mentali. Nel terzo atto, il meglio riuscito nella straniante astrazione in bilico tra delirio mentale e soprannaturale, la caverna è in realtà un sacco di plastica bianco penzoloni che si gonfia e si sgonfia, quasi dotato di vita propria, attorno al quale si affollano le streghe. Molti elementi legati all’infanzia, altalene, orsacchiotti e palloncini, sono per Macbeth il muto parlare di ciò che resta della figlia.

E’ il primo Macbeth anche di Myung-Whun Chung e per l’occasione, a differenza del Requiem di inizio novembre, può contare su un’orchestra in splendida forma. L’atmosfera arcana che si perde sul palco la ritroviamo nella sua direzione. Chung pare un demone psicopompo risalito dagli inferi a ricordare a tutti come si sta là sotto. E’ tutto un profluvio di suoni scuri, tellurici, pronti a sconquassare la scena, senza per questo trascurare dinamiche più luminose, tenui, come all’inizio del secondo atto o nel coro “Ondine e silfidi” a cui non segue il ballabile per scelta di Chung. Il finale secondo e l’inno di vittoria conclusivo si impongono come momenti musicali davvero potenti.

Il cast a conti fatti non sembra quello delle grandi occasioni. Il Macbeth di Luca Salsi, baritono che padroneggia con disinvoltura la parte, è rifinito nella complessità degli accenti, dalla linea di canto chiara anche nei momenti in cui la regia richieda notevoli sforzi fisici, ma non esente da leggeri cali d’intonazione. Vittoria Yeo sostituisce all’ultimo nel ruolo di Lady la prevista Tatiana Serjan. Sentita più volte in Fenice in Butterfly e Mimì, ma anche in un’azzardata Odabella, Yeo non ha timbro consono alla Lady, confermandosi più adatta a Puccini. C’è sì espressività, ma mancano elementi chiave per sostenere questo ruolo, impossibile anche a detta di Verdi.

Nella cabaletta del primo atto, senza il “da capo”, non c’è un registro basso di reale potenza, in “Si colmi il calice” i trilli latitano e la scena del sonnambulismo perde d’intensità sotto certe pose di maniera sconfinanti quasi nel parlato. Fastidioso poi l’allungamento eccessivo della erre finale sulle parole troncate. Mediocre il Macduff di Stefano Secco, titolare dell’aria più celebre del titolo, qui e lì periclitante. Meglio del solito Simon Lim, artista più volte ospitato alla Fenice, che incarna un Banco anodino. La dama di Elisabetta Martorana e il medico di Armando Gabba non sono particolarmente incisivi nel commentare la pazzia della Lady. Problematico il Malcom di Marcello Nardis che si sente a stento e male. Completano la compagnia Antonio Casagrande, il domestico, Emanuele Pedrini, un sicario e Umberto Imbrenda, un araldo.

In forma splendida il coro, preparato da Claudio Marino Moretti. Le tre apparizioni sono affidate ai solisti dei Piccoli Cantori Veneziani preparati da Diana D’Alessio ed Elena Rossi.

Successo e applausi per tutti alla serale del 27 novembre, con ovazioni per Chung, Salsi e Yeo. Ultima replica sabato 1 dicembre.

Luca Benvenuti