Manon Lescaut, apogeo dell’immoralità

Ritorna a Verona l’avvincente Manon Lescaut di Graham Vick

Cos’è l’Histoire du chevalier Des Grieux et de Manon Lescaut dell’abbé Prévost? Letteratura finemente erotica, allora scandalosa nel proporre il sentimento non come doloroso sbandamento da reprimere, ma sisma interiore con cui l’individuo e la società dovevano obbligatoriamente confrontarsi. “L’eroe è un mascalzone e l’eroina è una puttana” commentò lapidario Montesquieu. Ecco, Graham Vick mantiene la puttana e mitiga il Cavaliere, dando libero spazio alla potenza autodistruttiva dell’amore. La sua Manon Lescaut viene riproposta, dopo sette anni dal debutto scaligero, al Teatro Filarmonico di Verona, in coproduzione con il Teatro La Fenice dove vide il battesimo nel 2010.

Una moderna lezione di morale

I due protagonisti sono studenti, attorniati da collegiali che assisteranno fino all’ultimo alla loro triste storia. Dopo la scuola si va al luna park, mentre Eros lega Manon a Des Grieux. Il richiamo del denaro di Geronte è però troppo forte sulla diciottenne Manon. Niente di meglio, ad illustrare la dimora del Ravoir, che un teatrino-bordello, vagamente lynchiano, dove la bella fanciulla si fa tatuare, tutti tirano di coca, persino i prelati, convenuti ad assistere al servizio fotografico della “Venere in pelliccia”. Condannata alla deportazione, finisce in mezzo alle prostitute che, in attesa di essere imbarcate, stanno appese in aria. Le gabbie si trasformano in sottogonne una volta calate sulla pedana sospesa che lascia in mostra la discarica dove si consumerà la tragedia degli amanti.

La lettura di Vick si fa apprezzare per l’ottima aderenza al testo originale di Prévost, rispettandone il significato primigenio: una lezione di morale. E l’obiettivo è raggiunto nel momento in cui il regista ci fa ricordare quelle compagne di liceo che, novelle Manon, cedevano al luccichio del demi-monde offerto dal Geronte di turno, prive o meno del Cavalier struggente, facendo esperienze di vita costruite sul nulla.

La regia, qui ripresa da Marina Bianchi, può contare sulle scene assai efficaci di Andrew Hays. I costumi di Kimm Kovac, assieme alle luci di Giuseppe Di Iorio, forniscono il giusto complemento. Passano in secondo piano i movimenti mimici di Ron Howell ripresi da Danilo Rubeca.

Il cast

Nel ruolo eponimo Amarilli Nizza, Manon compiuta a metà. Non le si addicono infatti né l’ingenuità adolescenziale della divisa collegiale, né le successive movenze sensuali, ma dà indubbiamente tutta se stessa nel terzo e quarto atto, momenti più consoni alle sue note doti drammatiche. Sung Kyu Park è Des Grieux appassionato, dalla voce generosa e importante. Qualche sforzo nel registro acuto, dovuto principalmente all’entusiasmo del maestro Ciampa, non inficia il fraseggio partecipe. Modesto il Lescaut di Elia Fabbian, risolto con ponderata misura. Musicale e dal bel timbro profondo il Geronte eccezionalmente giovanile di Romano Dal Zovo. Migliorabile l’Edmondo di Andrea Giovannini. Completano il cast Giovanni Bellavia, Alessia Nadin, Bruno Lazzaretti, Alessandro Busi.

Il Coro, preparato da Vito Lombardi, recita ottimamente, ma non nasconde difficoltà di volume e scollamento nel primo atto, problemi poi risolti nel corso della recita.

L’Orchestra dell’Arena è guidata da Francesco Ivan Ciampa. La sua concertazione guarda più al suono che ai cantanti, coperti sovente dalla compagine per il pathos impresso dal direttore. E’ una raffica impetuosa che non guarda tanto alle mezze tinte, ma a un sinfonismo opulento e prettamente teatrale. La maggior pratica con questo titolo porterà di sicuro Ciampa a smussare certe asprezze, riscoprendo ulteriormente la scrittura variegata della partitura.

Consensi per tutta la compagnia, in particolare per Nizza e Ciampa, alla pomeridiana dell’11 marzo.

Luca Benvenuti