María De Buenos Aires a Treviso

Dopo Le nozze di Figaro, la stagione lirica del Teatro Comunale di Treviso prosegue con María De Buenos Aires, tango operita di Astor Piazzolla su libretto di Horacio Ferrer. La scelta del titolo celebra il cinquantesimo anniversario dalla prima rappresentazione al Teatro Colon di Buenos Aires. La recita del 25 novembre partecipa alla giornata mondiale contro la violenza di genere. Scarpe rosse nel foyer e ai piedi della protagonista, oltre a uno striscio carminio sulla guancia di musicisti e coro, ci ricordano le troppe Marie ancor oggi vittime di uomini miserabili.

Per rinascere nel tango

María De Buenos Aires è ambientata nei bassifondi della capitale argentina. Sacro e profano s’intrecciano in una vicenda surreale di morte e resurrezione, intrisa del tipico realismo magico sudamericano. Ferrer riprende la leggenda della sfortunata María, nata “un día que estaba borracho Dios”, uccisa e sepolta in un miserabile sobborgo. Il Duende, una sorta di demone, la invoca e la fa rivivere, alternandosi al Cantor nel raccontarne la triste vicenda. María è una giovane operaia che finisce in un bordello, sedotta alla vida oscura da un Bandoneon. Lì muore durante una messa nera. Sarà destinata a vagare come sombra per Buenos Aires. Ingravidata dal Duende con la sola parola, partorirà una bimba di nome María, simbolo di rigenerazione ma anche della città che rinasce ogni volta. María è il tango, è Buenos Aires, il popolo stesso è María che nasce e perisce nel tango.

Malinconia porteña

Spesso eseguita in forma di concerto, María De Buenos Aires è difficile da portare in scena a causa del libretto testualmente perfetto di Ferrer, ma scarno di indicazioni di regia. Martin Ruis e Piera Ravasio ne fanno un excursus della storia argentina dal 1900 ad oggi, costruendo una nuova drammaturgia. María scappa dal Duende, marito violento e futuro servitore del regime videliano, per emigrare come tanti nella capitale. Qui in un bar, e non in una messa nera,  morirà per mano di Bandoneon. Nella seconda parte la dittatura di Videla, i desaparecidos di Plaza de Mayo e il mondiale di calcio del 1978, gli agguerriti psicanalisti, numerosi in quel periodo di grande crisi economica. Il sermone domenicale spronerà i disperati a ribellarsi contro il potere.

Il lavoro di Ruis e Ravasio rafforza visivamente quella malinconia costante che permea il nuevo tango di Piazzolla, fatto di contaminazione di tecniche e stili che ne rivoluzionano e arricchiscono la gamma espressiva. Realizzato con sei specchi mobili sul fondo e cambi a vista per ciascun quadro, lo spettacolo punta tutto sugli interpreti e l’indispensabile supporto della Compagnia di Ballo Argentino, composta da Paloma Ardissone, Mauro Juan Gabriel Caraballo, Joaquín Ignacio Martinez e Camila Isabella Puelma Wright. Le coreografie di Ruis e Marcos Antonio Quintana sono davvero efficaci, in particolare la Tocata Rea e la Tangata del Alba. Le luci di Andrea Gritti si inseriscono degnamente all’interno della narrazione.

Cast giovane e affiatato

Eddi De Nadai, alla guida del giovane e valente Ensemble Strumentale Orpheus, legge l’operita tango con occhio attento ma creativo, cercando di valorizzare al meglio le molteplici sfumature dei numerosi squarci narrativi. Spiccano il bandoneon di Olimpia Greco e la chitarra di Fabio Corsi. Il Coro Singin’ Pordenone è chiamato a leggere i brevi interventi previsti dal libretto.

Francesca Gerbasi crea una María dal forte impatto emotivo grazie alla voce calda e ombrosa e alla notevole verve scenica. Ruben Peloni è Cantor perfetto, ruolo più che consolidato da dieci anni, solo nel 2018 l’ha già sostenuto a Halle, Limoges e alla Biennale Musica di Venezia. Il testo è scandito con precisa aderenza e ottimo gusto musicale. Marco Ferraro è Duende carismatico, agile e autoritario, ben cesellato nel dissidio interiore tra malvagità, rassegnazione e, forse, amore.

Luca Benvenuti