Il Mondo che non c’era

Dopo Firenze, Rovereto e Napoli la mostra “Il mondo che non c’e­­­ra”, costituita da oggetti d’arte precolombiana della Col­­­­lezione Ligabue, è approdata a Venezia. Si tratta in real­tà di un ritorno a casa, nella città, cioè, dove Giancarlo Ligabue, noto imprenditore, paleontologo, studioso di archeologia e antropologia ma anche appassionato esplo­ra­to­­re, ­aveva col tempo raccolto reperti e opere d’arte, fra cui un consistente numero di rari esemplari d’arte pre­co­lomb­iana, ­che costituiscono ora il nucleo principale di que­sta mostra veneziana, curata da Jacques Blazy, uno dei più gran­di esperti di arti pre-ispaniche della Mesoamerica e del­l’America del Sud. I preziosi oggetti sono esposti fino al 30 giugno 2018 a Palazzo Loredan, sede dell’Istituto Ve­ne­to di Scienze, Lettere e Arti.

Ma qual era il mondo che non c’era? Era l’America. Che, in real­tà, esisteva da sempre ma l’Europa non lo sapeva. Lo sco­prirà nel 1492, anzi qualche anno più tardi, quando Ame­ri­go Vespucci si renderà conto che Cristoforo Colombo nel suo viaggio per mare verso Occidente non aveva raggiunto le ago­gnate sponde delle Indie ma quelle di un nuovo con­ti­nen­te, che verrà poi chiamato, in onore di Vespucci, “America”. Un mondo  nuovo, che aveva alle spalle millenni di storia, nel corso dei quali erano nate culture e civiltà diverse, come la Olmeca, la Azteca, la Maya, città straordinarie, come la favolosa Teotihuacan, “la città degli dei”, il gioco della palla, la coltivazione del mais e opere d’arte, che lasceranno stu­­pefatti gli europei per la loro bellezza.

In una relazione al Doge del 1520, nel descrivere i doni che Mon­tezuma aveva consegnato a Cortés, scriveva Fran­ce­sco Cor­ner, ambasciatore della Serenissima in Spagna, di aver visto «un sole egregiamente lavorato in un gradissimo pe­zo di oro, e cussì una luna in  arzento e armadure tutte d’o­ro». Ma an­che Albrecht Dürer, affascinato dalla bellezza di questi splen­didi oggetti, scriverà: «Queste cose son più bel­le che del­le meraviglie».

Ma più che dalla bellezza artistica i “Conquistadores” spa­gno­­li saranno a loro volta conquistati dal metallo, in cui era­no forgiati que­gli splendidi oggetti (si vedano in mostra gli stra­or­di­na­ri pendenti e gli ornamenti dei Tairona), cioè l’oro, di cui si pensava che il nuovo continente fosse par­ti­colarmente ric­co. Nascerà il mito dell’El Dorado, che farà af­fluire sul­le terre appena scoperte folle di disperati e di av­­ven­tu­rie­ri alla ricerca del prezioso metallo.

«Per cinque secoli il tesoro dell’antica Mesoamerica e del Sud­­america è stato visto solo come un’eredità misurata da quel­­­le tonnellate d’oro e d’argento arrivate in Europa sui ga­­leoni» scrive nell’introduzione al catalogo Inti Ligabue, fi­­glio di Giancarlo e presidente della Fondazione Ligabue, che ha promosso e fortemente voluto questa mostra.

Ma ora è tempo che l’Europa riveda con occhi diversi quel mon­do che non c’era e che aveva distrutto subito dopo averlo sco­perto. L’arte, ancora una volta, può aiutarci a ri­co­strui­re quel mondo perduto grazie alle opere, che pochi ap­pas­­sionati sono riusciti a salvare e conservare nelle loro col­lezioni. Guardiamo allora con lo stesso stupore del­l’am­ba­sciatore Corner e di Dürer queste affascinanti immagini: le maschere in pietra di Teotihucan, i vasi Maya d’epoca clas­sica, riccamente decorati, le statuette antropomorfe de­gli Olmechi con la tipica deformazione cranica, che avevano af­fascinato Diego Rivera e i surrealisti, le misteriose scul­ture Mezcala e quelle Azteche, le statuette dei gio­ca­to­ri di palla, gli oggetti Inca, i tessuti e i vasi della re­gio­ne di Nazca.

Ordinatamente disposte nelle vetrinette di Palazzo Loredan, que­ste opere, «più belle che delle meraviglie», ci fanno ri­sco­prire, cinque secoli dopo, quel mondo che non c’era.

 

 

 

 

 

Aldo Andreolo