Mostra ‘Passioni visive’: Marino Marini al Peggy Guggenheim Museum

VENEZIA. Nella mostra di sculture organizzata da Peggy Guggenheim nel­l’autunno del 1949 nel giardino di palazzo Venier dei Leo­ni, sua dimora veneziana ed ora sede della Collezione Gug­genheim, c’era anche un’opera di Marino Marini. Peggy si era recata a Milano dall’artista per chiedergli in prestito un’opera per la mostra ma aveva finito per acquistarne una. Era l’Angelo della città, una scultura di un cavallo e di un cavaliere a braccia aperte e in estasi, che Marini stesso sistemò nel cortile prospiciente il Canal Grande. È ancora lì, da allora, esaltante ed impudica immagine, ormai familiare a tutti i veneziani, che la vedono passando per il Canal Grande, ma anche icona-simbolo della Collezione Guggenheim.

Altre opere dell’artista, tuttavia, occuperanno dal 27 gennaio al 1° maggio 2018 gli spazi espositivi del museo in una mostra dal titolo Marino Marini. Passioni visive, curata da Barbara Cinelli e Flavio Fergonzi, con la collaborazione di Chiara Fabi e realizzata in collaborazione con la Fondazione Marino Marini. La mostra, che è la prima retrospettiva dedicata allo scultore pistoiese, scomparso nel 1980, ripercorre con una cinquantina di opere tutto l’arco creativo dell’artista, dalle prime sculture arcaicizzanti alle mitiche Pomone degli anni ’40, dai nudi maschili degli anni ’30 agli straordinari ritratti e alla lunga serie dei cavalli e dei cavalieri, che proseguirà ininterrottamente fino agli ultimi anni della sua attività.

Ogni mostra non è mai ripetitiva. Questa di Venezia in un inedito confronto della scultura di Marino Marini con opere contemporanee e del passato ci aiuta a scoprire analogie e suggestioni segrete, rivela le “passioni visive” dell’ar­ti­sta. Un’indagine che, alla fine, ci riconsegna un’im­ma­gi­ne nuo­va del­lo scultore, non più personaggio “astorico” ma cri­ti­ca­mente inserito nella storia dell’arte del suo tempo.

Per alcune opere il confronto appare illuminante: è il caso, ad esempio, di Popolo, la terracotta del 1929, succes­si­va­men­te “mutilata” dall’artista stesso, raffigurante una cop­pia di coniugi, la cui analogia con le sculture del co­per­chio di urna fu­neraria etrusca, proveniente dal Museo Ar­cheo­logico di Firenze, non lascia dubbi sulla vo­ca­zio­ne ar­cheo­logica dello scultore toscano. La terracotta sem­bra es­se­re il materiale privilegiato da Ma­ri­ni in quegli anni ma c’è anche un insolito busto di Prete in cera (omaggio a Me­dar­do Rosso?) e poi un gruppo di splendidi ritratti in gesso po­licromo (fra cui quello di Carlo Cardazzo del 1947) da an­no­verare tra gli esiti più alti della ri­trat­ti­sti­ca contem­po­ra­nea, un genere che l’artista praticava con con­tinuità, al­­la ricerca di quella ch’egli chiamava la “poe­sia del volto”.

In legno sono invece gli atletici nudi degli anni ’30 (Nuo­ta­tore, Pugile), versione antieroica ma rigorosamente pla­sti­ca del nudo maschile, assai in auge in quegli anni, che si contrappone in mostra ai bronzi di Arturo Martini (To­bio­lo, 1933) e Giacomo Manzù (David, 1938). Sempre degli anni Tren­ta è la straordinaria “invenzione” mariniana di quel­l’Icaro ligneo senz’ali (1933), che galleggia nel­l’aria, sov­vertendo apparentemente ogni convenzione fisica e mi­me­ti­ca.

Nella stessa sala ci s’imbatte in due gruppi equestri di Ma­ri­ni, che rappresentano, emblematicamente, l’inizio e la con­­clusione di una lungo racconto, accidentato e drammatico, che vede alla fine il cavaliere soccombente: Il pellegrino e il Miracolo. Il primo, un gesso del 1939, è una delle prime opere di Marino sul tema del cavallo e del cavaliere e si richiama ai modelli tradizionali del monumento equestre, ma con uno sguardo a quel Cavaliere di Bamberga, che aveva af­fa­­scinato lo scultore durante un suo viaggio in Germania nel 1934. Il Miracolo, invece, un legno del 1955, proveniente dal Kunstmuseum di Basilea, è uno dei tanti gruppi equestri con lo stesso titolo, realizzati da Marino dopo il conflitto mondiale. La scultura raffigura un cavaliere che sta per essere disarcionato dal suo cavallo imbizzarrito, ch’egli non riesce più a dominare. È evidente che l’originario rap­por­to simbiotico tra cavaliere e destriero si è ormai rotto. Anche le immagini appaiono frantumate, sinteticamente geo­me­tri­che. La parabola si coglie nelle metamorfosi dei numerosi Ca­valieri che, assieme alle floride Pomone, ai nudi e ai Giocolieri, affollano la mostra veneziana. Con gli anni essi assumono posizioni e atteggiamenti sempre più scomposti e innaturali mentre il cavallo, che sembra non rispondere più ai comandi dell’uomo, si irrigidisce, tentando di ap­pie­dar­lo, come avviene alla fine nel Miracolo. «C’è tutta la storia dell’umanità e della natura nella figura del ca­va­lie­re e del cavallo, in ogni epoca. È il mio modo di raccontare la storia». In queste parole di Marino Marini c’è la chiave di lettura di tutta la sua opera.

Aldo Andreolo