Il regno della luna, così lontano così vicino

Curiosa chicca barocca al Teatro Malibran di Venezia

Passato l’Orlando furioso e mezz’ora dopo l’addio alle scene di Mariella Devia, il Teatro La Fenice propone in prima rappresentazione in tempi moderni Il regno della luna di Niccolò Piccinni. L’allestimento rientra nel progetto di ricerca OperaStudio, collaborazione tra Fondazione Teatro La Fenice e il Conservatorio Benedetto Marcello di Venezia con lo scopo di avvicinare i giovani studenti al melodramma e alla sua realizzazione.

Visto, a quanto sappiamo, solo nella primavera 1770 al Teatro Ducale di Milano e nel 1733 a Dresda, Il regno della luna si presenta come dramma giocoso interessante. Libretto anonimo, di probabile mano pariniana, descrive l’utopica società lunare in contrasto con la realtà terrestre. Lì non esistono il commercio e la guerra, vigono la pace e l’immortalità. Soprattutto, governano le donne, arbitri autoritari delle intemperanze maschili prontamente riportate al loro posto. I difetti virili ci sono tutti, dalla vanagloria del miles gloriosus, alla superbia dell’intellettuale fino all’esosità del commerciante.
La scrittura musicale di Piccinni da un lato segue la tradizione operistica, dall’altro intesse una struttura ricca di colori tramite l’uso sapiente di duetti, terzetti, quartetti e cori. Un misto di freschezza e invenzione che senza dubbio rende Il regno della luna forse uno dei lavori più curiosi.

Felici intuizioni, lodevole impegno

Davide Garattini Raimondi confeziona, grazie anche alle belle scene e alle luci di Paolo Vitale, uno spettacolo pulito ed originale, senza cadere nella trappola della dualità maschile-femminile, tema portante del testo. L’azione è spostata tra 1969 e 1970, periodo di grande fermento scientifico e culturale. Vengono così connesse tre epoche diverse, creando una riflessione attorno a progresso, società e morale. Su quattro schermi centrali, all’interno di una struttura futuristica bianco latte, vengono proiettati i simboli di un’epoca, da Star Wars ai processori Apple, dai post it al cubo di Rubik, dalla Tatcher alla Carrà, dai Beatles ai Pink Floyd. La partitura gestuale di Garattini sottolinea le differenze tra i mondi di appartenenza, risultando variegata e ben assimilata dai cantanti. I costumi di Giada Masi, per niente scontati e dalle fogge azzeccate, si inseriscono alla perfezione in questo contesto spaziale.

Sul versante musicale si distingue la direzione di Giovanni Battista Rigon alla guida dell’Orchestra Barocca del Conservatorio Benenetto Marcello di Venezia. L’edizione è stata preparata ad hoc da Franco Rossi e Rigon stesso, riducendola a settanta minuti di musica e modificandone i recitativi da accompagnati a secchi. L’esecuzione è tutta in punta di bacchetta, frizzante e acuta.

La compagnia di canto comprende quasi esclusivamente cinesi e coreani. Appreziamo il loro impegno profuso, ma biasimiamo la dizione, decisamente da affinare, e la preparazione musicale. Dahee Min, Astolfina, si disimpegna appena a sufficienza nel ruolo virtuoso, con ampissimi margini di miglioramento. Tra gli uomini segnaliamo Jae Hu Jeohg, Mercione corretto. Jie Bao (Astolfo), Zheng Zhang (Stellante), Fang Guo (Spaccone), Ying Quan (Lesbina) e Sara Fogagnolo (Frasia) ci mettono passione. A tutti l’augurio di non perdere la voglia di studiare e perfezionarsi.

Bene il Coro preparato da Francesco Erle.

Pubblico poco numeroso, ma consensi per tutti all’unica recita serale del 19 maggio.

Luca Benvenuti