Richard III, archetipo del potere distopico

Richard III, dato alla luce da Giorgio Battistelli nel 2005 per la Vlaamse Opera di Anversa, arriva dopo tredic’anni in prima italiana al Teatro La Fenice di Venezia. Frutto della collaborazione tra il drammaturgo Ian Burton e il regista Robert Carsen, Richard III è una cupa riflessione sul potere per il potere. Come non riconoscere nel re deforme, disposto a tutto pur di regnare, i tanti leader di ieri e di oggi che, emergendo dalla nullità, manipolano le menti e ottengono il riconoscimento popolare? Raggiunto il vertice, questi non sanno amministrarlo, andando incontro all’inevitabile caduta. La corsa al potere è sempre più favorita, secondo Battistelli, dal contesto in cui matura ossia una “società anaffettiva che vive nell’analfabetismo emotivo” e funzionale.

Quel genio di Carsen

L’allestimento affascina ed è senza dubbio un capolavoro. La scena di Radu Boruzescu, rifacendosi all’antica tradizione classica ed elisabettiana, è fissa, un’arena sbilenca. Per terra, tanta sabbia rossa. La truce vicenda del re Richard, grande cattivo della storia, s’inserisce in questa sintesi spaziale splendidamente illuminata da Carsen e Peter Van Praet. Feroci uccisioni, ad opera di becchini armati di badile o di sicari simili a Freddy Krueger, si susseguono tra le incoronazioni di Edward IV, Richard III e Henry VII. I costumi di Miruna Boruzescu sono uguali per tutti e ricordano gli omini con l’ombrello di Magritte o certi personaggi del Kabarett espressionista.

E’ Richard a tessere le trame degli omicidi, un mostro che vendica l’avvilente deformità fisica e mentale nel sopruso e nell’usurpazione. Carsen gli affida quindi un’importante partitura gestuale per mostrare la vera essenza demoniaca della sua persona, una sorta di Joker o Arturo Ui. Ruolo impegnativo perchè quasi sempre in scena, che solo interpreti validi come Gidon Saks possono sostenere. Egli ha voce possente, ma malleabile a qualsiasi uso Battistelli prescriva, dallo Sprechgesang allo Sprechstimme, dal sussurrato all’urlato, coniugata con non indifferenti doti di attore.

Ian Burton, chiamato a sfrondare il monumentale testo shakespeariano, confeziona un sunto coerente, mantenendo alto il livello della parola che combacia perfettamente con il linguaggio di Battistelli, conservando in alcuni punti i versi originali.

Richard III si distingue per una scrittura musicale apparentemente astrusa, ma in realtà radicante in strutture precise, dimostrandosi assai duttile verso Shakespeare. Vi prevale un carattere impetuoso che ricalca la drammaturgia, reso attraverso una massa di suono cangiante, improntata a evocare gli stessi sentimenti di smarrimento e angoscia provati dai protagonisti. Partecipano a tale effetto l’uso inventivo delle percussioni, ampliate in maniera considerevole, e l’impiego del coro nelle forme più varie, anche dietro le quinte e su campionatore. Interessante il prologo bipartito The Boar Hunt e i vari cori, di cui l’ultimo, “Laudate pueri Dominum”, accompagna sacralmente l’ascesa al trono di Henry VII.

Alta qualità musicale

La direzione di Tito Ceccherini, alla testa dell’Orchestra della Fenice, si fa apprezzare per la peculiare attenzione nell’equilibrare la ricchezza di suono, la potenza della scrittura musicale e l’ardua componente ritmica. Perfetta la regia del suono di Davide Tiso.

Oltre al suddetto Saks, l’intera compagnia di canto contribuisce al successo generale. Al pari rifinito il Buckingham di Urban Malmberg. Bene l’Edward IV di Philip Sheffield e più che autorevole l’Hastings di Simon Schnorr. Christopher Lemmings si disimpegna discretamente tra Clarence e Tyrrel. Richmond intenso quello di Paolo Antognetti. Perfettibile il Prince Edward di Jonathan De Ceuster e il Prince Richard of York di Laila D’Ascenzio. Nel comparto femminile spicca Sara Fulgoni, Duchessa di York dalla voce chiara, e la sofferente Queen Elisabeth di Christina Daletska, autoritaria e terrifica nell’incedere. Annalena Persson è Lady Anne dal fastidioso vibrato nel registro acuto.

Superbo il coro della Fenice, preparato da Claudio Marino Moretti, dimostratosi ancora una volta compagine di riferimento per il contemporaneo. Lodevole anche la prova del Kolbe Children’s Choir diretto da Alessandro Toffolo.

Teatro affollato come non se ne vedeva da tempo a un titolo contemporaneo. Consensi pieni, in particolare per Saks, Daletska, Fulgoni, Malmberg e Ceccherini, alla recita del 5 luglio.

Luca Benvenuti

Crediti Michele Crosera.