Salome e il suo doppio impossibile

Finale di stagione al Filarmonico di Verona con il capolavoro di Richard Strauss

In scena per la prima volta nel 1905, Salome apre il Novecento nel pieno del dibattito tra tradizione e avanguardia, sull’orlo di un ordine culturale, sociale e politico destinato a sgretolarsi. Definita pre-espressionista, seppur priva di critiche sociopolitiche, d’altronde incompatibili con il linguaggio musicale straussiano, Salome conserva i tratti di un Io femminile tormentato, autodostruttivo, afasico, squisitamente prodrome agli studi di Freud. A Verona Salome torna in cartellone dopo diciotto anni, nelle vesti di un nuovo allestimento della fondazione.

Salome und Salome

La regista Marina Bianchi si concentra sull’adolescenza e sull’ambiente in cui Salome è cresciuta. Un mondo tutto al femminile, saffico, che si scontra però con la vera natura della principessa, bella senz’anima. Affiancarle una danzatrice come “doppio” è quindi vuota rappresentazione di ciò che non possiede. Potremmo semmai parlare di Doppelgänger, sintomo di un disturbo narcisistico di personalità, ma il ruolo non lo necessita. Salome è il peccato, la brama, l’oblio della negazione, il grado zero dell’umanità. Pure la regia affidatale, che la vorrebbe fanciulla, la sostanzia in una donna matura. Particolare lo sviluppo dell’azione tutta in proscenio, in una bidimensinalità che lascia coerentemente ancorati i personaggi all’hic et nunc del desiderio, espresso in varie forme. Interessante, ma poco accentuato, il procedere per triangoli amorosi, soluzione che riempie il silenzio dell’incomunicabilità. Superflue le proiezioni di Matilde Sambo: se Jochanaan canta dall’imo pozzo, pleonastico è vederne il faccione riprodotto sullo schermo.

Suggestiva la scena fissa di Michele Olcese, con la cisterna a sinistra e la terrazza della reggia a destra, illuminata dal light-design notturno di Paolo Mazzon. Il contesto è uno Jugendstil per niente estremizzato, pulito nelle forme e atemporale.

I costumi di Giada Masi sono di notevole fattura. Poco ci convincono le fasce bianche impiegate nella Danza dei sette veli, coreografata da Riccardo Meneghini, che poco enfatizzano le spire mortali di Salome.

Organico imponente e voci convincenti

Michael Balke dirige per la prima volta a Verona e debutta nel titolo. Complice l’Orchestra in ottima forma, con percussioni anche nelle barcacce, Balke imprime parecchio carattere alla partitura. Bilancia con abilità le atmosfere ora erotiche ora misteriose, propendendo più per la componente lubrica che romantica. Affronta comunque con una ricca tavolozza di colori i momenti più lirici.

A Nadja Michael riconosciamo la maestria nel destreggiarsi in una regia quasi interamente costruita sulla sua dirompente presenza scenica. Nel canto dimostra però disomogeneità tra registri, un acuto sforzato che si accentua dopo l’impegnativa pagina di danza. All’ultima recita l’assale un impietoso attacco di muco, mascherato a fatica, ma evidente nella voce. Ineccepibile Anna Maria Chiuri, Erodiade autoritaria dalla linea di canto finemente tornita, ctonia nei bassi e svettante in acuto. L’Erode di Kor-Jan Dusseljee ha voce intonata, ma risente a tratti in volume. Jochanaan è Fredrik Zetterström, definito nei registri, seppur non guasterebbe maggior varietà negli accenti. Narraboth convincente quello di Enrico Casari, così come il Paggio di Bélen Elvira. Completano il cast l’Uomo della Cappadocia di Alessandro Abis; i giudei di Nicola Pamio, Pietro Picone, Giovanni Maria Palmia, Paolo Antognetti, Oliver Pürckhauer come Cinque Giudei; i Nazareni di Romano Dal Zovo e Stefano Consolini; i soldati di Costantino Finucci e Gianfranco Montresor; lo Schiavo di Cristiano Olivieri.

Pubblico numeroso e successo per tutti alla recita del 27 maggio.

Luca Benvenuti