Cultura e spettacolo

Turandot alla Fenice

Visitando villa Puccini a Torre del Lago anni fa, gli occhi caddero su alcuni appunti del Maestro su Turandot. Colpì la calligrafia nervosa che vergava la disperazione di Liù e come da essa trasparisse anche quella del compositore, prossimo alla morte. Spirò, ironia della sorte, assieme alla giovane schiava, circostanza che creò un problema non indifferente a chi si cimentò a comporre il finale dell’opera. Ci provarono Franco Alfano, Janet Maguire, Luciano Berio e Hao Weiya. Al di là delle aggiunte personali che non sanano il vulnus ontologico, Turandot affascina proprio per la sua incompiutezza, per l’alone di reverente timore che fa del mistero il perno della vicenda.

Fondazione Teatro La Fenice Turandot Direttore Daniele Callegari Regia Cecilia Ligorio Scene Alessia Colosso Photo ©Michele Crosera

Un ritorno molto atteso

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Il titolo mancava da ben dodici anni sulle scene del teatro veneziano dove adesso è in cartellone fino al 29 maggio. La regista Cecilia Ligorio intende l’opera come viaggio iniziatico ovvero quale mezzo per visualizzare la struttura della fiaba alla maniera di Propp, eroe, antagonisti, indovinelli, aiutanti ecc ecc. L’intento è creare “una catena di immagini”, a mo’ di scatola cinese, che però ha poca efficacia.

Il lavoro sui personaggi è in linea con le più attuali generiche indicazioni di regia, per il resto si susseguono  idee poco approfondite: la luna-amo a simboleggiare la scure del boia; la neve che scende come forfora durante la prova degli enigmi; le ombre in stile The Ring; i tre fanciulli, avatar o figli dei ministri, che giocano con le teste mozzate dei pretendenti; le stelle che si spengono al trapasso di Liù; il sole nell’apoteosi. Manca quindi un indirizzo preciso che si svincoli dal classico passaggio dalle tenebre della morte alla luce dell’amore.

Poco chiaro è anche l’uso della massa corale, in cui pullulano bambini, certo i destinatari delle fiabe, ma poco attinenti all’atmosfera macabra e psichica. Il tutto, illuminato dalle luci di Fabio Barettin, si svolge all’interno delle scene ultraminimaliste di Alessia Colosso, la cui cornice liberty delimita il confine tra realtà e fantasia. I costumi per i protagonisti disegnati da Simone Valsecchi sembrano ispirarsi aGames of Thrones, mentre per gli altri siano atemporali. Brutti e feticisti i guanti neri di Turandot nel duetto finale.

Tutto troppo forte

Fondazione Teatro La Fenice Turandot Direttore Daniele Callegari Regia Cecilia Ligorio Scene Alessia Colosso Photo ©Michele Crosera

Non va meglio sul versante musicale. Il direttore Daniele Callegari, se da un lato riesce a ricavare suoni interessanti dall’apparato idiofono e percussivo nell’ottica del Puccini espressionista, dall’altro eccede nei volumi, quasi sovrastando i cantanti e lasciando poco spazio al lirismo della partitura. Stupisce come la dichiarata volontà di evitare la “saturazione d’ascolto”, equilibrando e bilanciando i suoni, sia stata disattesa.

Fondazione Teatro La Fenice Turandot Direttore Daniele Callegari Regia Cecilia Ligorio Scene Alessia Colosso Photo ©Michele Crosera

Oksana Dyka, già sentita anni fa nel ruolo eponimo all’Arena di Verona, pare aver dimenticato l’importanza del fraseggio, del colore e del volume, cantando tutto forte, con voce priva di eleganza e poco fluida, forzata in acuto. Walter Fraccaro, più volte Calaf, si impegna in una prova nervosa che priva il personaggio non dell’eroismo, ma del sentimento.

Nessun dorma, acme drammaturgico, perde qualsiasi venatura emozionale per farsi mera prassi esecutiva tanto che al termine nessuno applaude. Bene la Liù battagliera di Carmela Remigio che cesella con ottimo gusto musicale Signore, ascolta, giocata su un uso accorto dei volumi e un bel molto ritardando.

Simon Lim canta Timur come qualsiasi altra parte. Promossi a pieni voti Ping, Pang e Pong, rispettivamente Alessio Arduini, Valentino Buzza e Paolo Antognetti, coerenti e sempre affiatati nel loro incedere trinitario. Icastico l’imperatore di Marcello Nardi, al netto di qualche imprecisione. Armando Gabba è il fugace mandarino, mentre Massimo Squizzato il principino di Persia

Fondazione Teatro La Fenice Turandot Direttore Daniele Callegari Regia Cecilia Ligorio Scene Alessia Colosso Photo ©Michele Crosera

Buona la prestazione del Coro preparato dal maestro Claudio Marino Maoretti e del Kolbe Children’s Choir diretto da Alessandro Toffolo.

Successo per tutti alla prima del 10 maggio.L

Crediti Michele Crosera

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