Un barbiere al Castello

Da alcuni anni la Stagione Lirica di Padova offre un’anteprima in estate al Castello Carrarese. Il 2 agosto va in scena Il barbiere di Siviglia, uno dei titoli più amati e conosciuti dal pubblico di tutto il mondo. Rappresentato di frequente e ovunque, è un’opera buffa dagli equilibri perfetti, frizzante nei tempi comici e dal background squisitamente tradizionale, essendo i personaggi plausibili derivazioni dalla commedia dell’arte.

L’allestimento

La vicenda, si sa, ruota attorno al denaro e all’astuzia. Il regista Yamal Das Irmich cerca di sviluppare questi temi, riuscendovi in parte. Figaro è ritratto come persona falsa e imbranata, interessato solo a se stesso e a prendersi meriti non suoi negli inganni creati o subiti. Interpretazione rispettabile, anche se non va dimenticato l’originale francese e soprattutto Le nozze di Figaro dove il personaggio dimostra un carattere completamente differente. Rosina è l’unica che può tenergli testa, mentre Almaviva gli serve perché trova sempre una soluzione alle sue cadute.

Yamal Das Irmich non si discosta comunque da un modo convenzionale di fare Rossini e il discorso di un Figaro marionettista, come lascia intendere nel finale primo, non viene approfondito abbastanza. C’è qualche tocco originale come il vestito di Rosina fatto di soldi, degno di una Dollarprinzessin, che tutti depredano o il gioco di parrucche sgargianti che la pupilla cambia nel corso dell’azione, ricordando Charlotte di Lost in Translation. Per il resto questo Barbiere parla un lessico amoroso un po’ naif fatto di peluche, palloncini a forma di cuore e rose rosse. Confusionario l’uso del coro. Apprezzabile il cercare di fare molto con poco.

Nicola Paoletti Franzato cura i costumi, invero dozzinali, e le scene. Da un lato un’enorme cassaforte, ove Bartolo custodisce Rosina, dall’altro un praticabile, la bottega del barbiere. In realtà, il negozio di Figaro viene sfruttato poco, dando l’impressione di inutilità. La cassaforte al suo interno è riflettente e, quando viene aperta, in alcuni momenti indirizza le luci sugli astanti, così come alcuni specchi tirati fuori durante la celebre cavatina di Figaro. Il light design penalizza i protagonisti, adombrandoli durante alcuni fragenti topici.

Il cast

Il giovane maestro Nicola Simoni, classe 1986, guida l’Orchestra di Padova e del Veneto in quella che sembra una lettura a prima vista. Mancano l’approfondimento della partitura, la contezza di agogiche e, soprattutto, un buon rapporto con i cantanti in scena, lasciati allo sbaraglio nel finale primo. Come si può dirigere Barbiere senza avere anche solo ben chiaro cosa sia il crescendo rossiniano? I tempi sono spesso lenti, manca quel ritmo incalzante che costituisce la cifra distintiva del Pesrese. Il risultato lascia perplessi.

Nella compagnia di canto si distingue Alessia Nadin, interprete corretta e dal bel fraseggio, ma che infarcisce Una voce poco fa di cadenze e variazioni discutibili. Giovanni Romeo è Don Bartolo dalla riuscita presenza scenica, musicale e abbastanza rifinito. Corretto il Don Basilio di Gabriele Sagona. Veterana del ruolo, Giovanna Donadini è ancora Berta valida, dall’acuto squillante e dalla forte personalità. Pietro Adaini, esperto del repertorio rossiniano, è Almaviva nasale, facile ad acuto e agilità non sempre eseguite con misura. Massimo Cavalletti interpreta Figaro con gigionesca verve, non curando però al meglio certi passaggi critici e sgranando abbellimenti e virtuosità con fare grossolano.

Il Coro Lirico Veneto, preparato da Stefano Lovato, parte bene, ma si perde nel finale primo e secondo.

Successo per tutti.

Luca Benvenuti

Crediti Giuliano Ghiraldini.