Ute Lemper al Castello Carrarese di Padova

Tedesca di Münster, in parallelo alla carriera nel musical, Ute Lemper rimane affascinata dal kabarett, specializzandosi nel repertorio di Kurt Weill e diventandone interprete di riferimento – l’Italia ha orgogliosamente dato i natali a Milva che nel 1988 incise insieme a lei una Dreigroschenoper per la Decca. Eppure a un animo poliedrico come il suo non basta. Ecco allora l’ingresso nel mondo del jazz e della chanson francese, fino alle recenti incursioni nella produzione musicale dell’Olocausto e del sogno americano.

Last tango in Berlin, evento organizzato da Veneto Jazz nell’ambito di Castello Festival del Comune di Padova domenica 15 luglio, vorrebbe essere un percorso dalla Berlino weimariana fino alla Buenos Aires di Piazzolla. Viaggio lo è, ma dei “tanghi da tutto il mondo”, come da presentazione sulla carta, non c’è traccia. Non basta di certo il bandoneon a tanghizzare canzoni dalla natura completamente differente. Lost tango in Berlin dunque?

Meglio chiamare la serata The Best of Ute Lemper, occasione per ascoltare alcuni suoi cavalli di battaglia. Emula dell’inimitabile Marlene, di cui più volte racconta aneddoti, Lemper affronta il repertorio reso celebre dai film della Dietrich. “Illusions” e “The Ruins of Berlin” da A Foreign Affair di Billy Wilder, l’intramontabile “Ich bin von Kopf bis Fuß auf Liebe eingestellt”, interpolato con la versione inglese di Sammy Lerner “Falling in Love Again (Can’t Help It)”, e “Ich bin die fesche Lola” da Der Blaue Engel di Josef von Sternberg, sono tutte su musica di Friederich Hollaender. Risuonano come inni di speranza “Lili Marleen” e “Blowin in The Wind”, sempre attuali davanti all’orrore delle guerre e dell’imbarbarimento sociale. “The Streets of Berlin” da Bent ci ricorda invece un insolito Mick Jagger come drag queen Greta e gli orrori del Terzo Reich.

L’universo poetico della chanson francese è rappresentato da brani come “Que reste-t-il” di Trenet, “Avec le temps” di cui rimane nella storia la versione struggente di Dalida, il vorticoso “Le Port d’Amsterdam” e il meno abbordabile “Ne me quitte pas” di Brel, per finire col vigoroso “Non, je ne regrette rien” offerto come bis. 

E’ con Weill che Lemper si conferma interprete eccelsa, anche ora dopo trentacinque anni dal debutto. Se la “Salomon Song” è resa con tagliente insinuazione, il vero gioiello della scaletta è “Moritat von Mackie Messer”, in cui Lemper inserisce l’ “Alabama Song” e “All That Jazz”, dimostrandosi cantante versatile e fantasiosa. 

Lo scat, l’imitare la tromba, l’insistere su bassi inesistenti adombrano però quello che Lemper sa fare meglio, il kabarett e la chanson. Rimane intatto il fascino di una grande artista, ancora godibile nel tenere la scena, custode di un fare musica elegante e volutamente poco mainstream. La accompagnano al pianoforte e alla tastiera Vana Gierig, Victor Hugo Villena al bandoneon e Romain Lecuyer al basso.

Successo di pubblico, accorso numeroso nonostante il meteo ballerino.

Luca Benvenuti

Crediti Gabriella Piccolo / Fotoclub Padova.