Vent’anni di De Andrè

Storia di chi cantò sempre la realtà

È decisamente uno dei re dei cantautori italiani e i suoi testi, come la sua musica, non smettono mai di mancarci: parliamo di Fabrizio De André, il poeta genovese che, con i suoi testi dissacranti e pieni di storie di anime nere, corrotte e perse, rivoluzionò la musica italiana.

La Carriera Tutta la sua carriera artistica è caratterizzata da fusioni e sincretismi culturali, consacrati sia in Italia che a livello internazionale. Ma la sua musica, prima di tutto, è stata espressione di ribellione e di volontà di rompere tutti gli schemi: quelli sociali ma anche quelli culturali e musicali.

 

Il poeta degli umili

Scoperto da Mina che volle assolutamente registrare “La canzone di Marinella” dopo averla sentita cantare da lui nella sala registrazioni accanto, De André divenne subito ricordato come “il cantautore degli emarginati” o “il poeta degli sconfitti”, perché per queste categorie umane scriveva ballate che rimarranno per sempre vere e proprie opere d’arte musicali. Faber – questo il modo in cui lo aveva soprannominato Paolo Villaggio in ragione della grande passione del cantante per i pastelli colorati Faber Castle – aveva altissime fonti d’ispirazione: dalle ballate francesi a Leonard Cohen fino a Bob Dylan, il cantautore sapeva cogliere le giuste influenze, anche diversissime fra loro, per poi utilizzarle al fine di raccontare le vite e i sentimenti degli ultimi. Schivo quanto attentissimo nella preparazione dei concerti, si concedeva poche interviste. Autodidatta della chitarra, compensò la mancanza di un talento musicale (innato invece in Cristiano) con la genialità dei suoi testi.
I Modelli

I modelli a cui ha guardato, sia francesi che americani, lo hanno accompagnato nella creazione dei testi in cui De André sfidava le convenzioni borghesi, ripudiava la violenza e raccontava le vite di coloro che non trovavano spazio nella società dei benpensanti: Bocca di Rosa, La Guerra di Piero e Via del Campo sono infatti solo alcuni dei brani che ancora oggi ascoltiamo e che, probabilmente, rimarranno attuali per l’eternità. Le frasi delle sue canzoni restano scolpite nei graffiti dei muri, nei murales della sua seconda casa dopo Genova (la Sardegna) e nei cuori di chi ancora lo ricorda. E dei tanti giovanissimi che ora lo riscoprono sognando quel vento di libertà che aleggiava in ogni sua canzone.

Il Giudizio

Lo definirono “anarchico”, “ateo” (eppure il suo primo figlio si chiama Cristiano), subì il rapimento nella sua amata Sardegna, fu il primo a creare un Concept album (Storia di impiegato) ispirandosi ai movimenti studenteschi francesi, per poi, ispirandosi a Edgar Lee Master discutendone con la poetessa Pivano “Non al denaro, non all’amore né al cielo” con la collaborazione di Nicola Pivani dove canzoni come “Un Giudice” rimarranno nella storia, scrisse “La Buona Novella” ispirandosi ai Vangeli apocrifi e attirandosi addosso le ire dei benpensanti eppure “Il viaggio di Maria” è tuttora eseguito da maestri come Eugenio Finardi.

 

Vent’anni fa

Oggi ricorre il 20° anniversario della morte: nel 1999, a Milano, De André se ne andava stroncato da una malattia incurabile. Lo ricordiamo con una frase della Pivano. “Fabrizio De André non è il Bob Dylan italiano, piuttosto Bob Dylan è il Fabrizio De André inglese”. E forse andrebbe studiato nelle scuole.

Gian Nicola Pittalis