Werther al Teatro La Fenice

Arriva il Werther

Con un mese di scarto rispetto alle festività natalizie evocate, il Werther di Jules Massenet arriva al Teatro La Fenice fino al 2 febbraio. Lavoro che risente dell’influenza di Wagner, evidente nella scrittura orchestrale, nei motivi conduttori e nell’inserto dell’episodio sinfonico tra terzo e quarto atto, ma che ne assimila in maniera molto personale il linguaggio, Werther si caratterizza per la ricerca di uno stile il più possibile vicino al linguaggio parlato. In effetti, il flusso musicale continuo e il susseguirsi di arie e duetti traducono con efficacia i sentimenti di questa conversazione a più voci, in primis lo spleen esistenziale di cui Werther è incarnazione. E’ esperienza comune il non rassegnarsi a relazioni andate in maniera differente, ma superare gli eventi dimostra invece maturità e consapevolezza. Werther rimane nel limbo dell’infanzia, del capriccio irrisolto che crea struggimento e paranoie, incorniciato in maniera macabra dall’inno natalizio intonato di bambini.

La regia

Rosetta Cucchi, regista dell’allestimento proveniente dal Comunale di Bologna nel 2016, fa della fine di Werther il suo principio. Cucchi trasforma la vicenda in un lungo flashback prima del gesto estremo, ove i tempi si dilatano fino a travolgere il giovane nel vuoto più assoluto. Werther ha la cassetta delle pistole in mano, seduto in poltrona, fin dall’alzata del sipario. Il suo desiderio primario è il voler fare famiglia con Charlotte, come suggeriscono le comparse-ombra che si innamorano, figliano e invecchiano assieme. Nel complesso, il lavoro svolto sui personaggi funziona, seguendo una logica coerente senza perdersi troppo in concettosità.

La scenografia

Fondamentali per il risultato le scene di Tiziano Santi, ben valorizzate dal light design di Daniele Naldi. La dimensione domestica è inserita in un contesto atemporale, al pari dei costumi di Claudia Pernigotti, dentro case avvolte nel buio che via via si rimpiccioliscono, come l’affievolirsi della speranza di una vita normale. Nell’impianto vagamente nordico, adatto per Johan Gabriel Borkman o Casa di bambola, si stagliano due tronchi, i grands tilleuls, presagio fin da subito dell’ultima dimora di Werther.

Il maestro Guillaume Tourniaire dilata eccessivamente i tempi, oltre a imprimere con mano pesante una drammaticità sì necessaria, priva però di sfumature, colori e appropriati sussurri. L’orchestra lo segue con convinzione, ma con l’impressione di non essere troppo addentro alla partitura.

Jean-François Borras sostituisce all’ultimo Piero Pretti, causa indisposizione. Senza una prova alle spalle, dato che alla generale c’era Sébastian Guèze, Borras, fine conoscitore della parte, cesella il ruolo con grazia e incisiva determinazione, capace di slanci appassionati e mezzevoci struggenti.

Sonia Ganassi è Charlotte ben calibrata, mai eccessiva, che trova nell’Aria delle lettere pieno sfogo tragico. Manca di quell’ardore giovanile proprio del personaggio, ma si adatta bene al contesto da teatro borghese di cui sopra.

La Sophie di Pauline Rouillard si riprende dopo il primo atto piuttosto incerto, migliorando in corsa, convincente nella recitazione come contraltare spensierato della sorella. Male l’Albert di Simon Schnorr, afflitto da problemi d’intonazione ed emissione.

Poche significative le prove di Cristian Collia e Armando Gabba, rispettivamente Schmidt e Bailli. Puntuale William Corrò, Johann dal piglio seducente. Corretti il Brühlmann di Safa Korkmaz e la Käthchen di Simona Forni.

I figli del Bailli e gli amici sono tutti componenti del Kolbe Children’s Choir diretto da Alessandro Toffolo.

Applausi convinti alla prima del 25 gennaio, con ovazioni per Borras e Ganassi.

Luca Benvenuti

Crediti Michele Crosera