Se tutto cambia e tutto resta tale e quale

Cambiare se stessi per comprendere il divenire costante del mondo.

Negli ultimi anni in Italia s’è fatto un gran parlare di cambiamento, di trasformazione, di innovazione. Soprattutto negli ultimi mesi, anche a causa della campagna referendaria che ha visto agitarsi le più varie personalità e passioni politiche, la parola d’ordine del discorso pubblico è stata cambiamento. A ben vedere, tuttavia, la necessità di un rinnovamento non è legata soltanto ad una stagione politica ed economica particolarmente critica, come quella che noi stiamo vivendo (‘crisi’, lo ricordiamo, è una parola che deriva dal greco antico e significa punto in cui si cambia, ci si rinnova, ci si mette in discussione). Forse siamo di fronte a un’esigenza più profonda che ciascun essere umano si trova a vivere, a prescindere dalla facilità con cui riesce a trovare lavoro o dalla onestà dei suoi rappresentati politici, dall’efficacia delle politiche di assistenza sociale. A questo punto, la filosofia può essere d’aiuto per comprendere la profondità di questa esigenza.

Un adagio popolare, che chiunque studi filosofia ha sentito più e più volte, sostiene che la disciplina filosofica sia “quella con la quale o senza la quale, tutto resta tale e quale”: strano a dirsi, se si nota che uno dei concetti cruciali del discorso filosofico è quello di divenire. Il pensiero critico nasce innanzitutto per trovare le ragioni in virtù delle quali la vita umana è attraversata dal cambiamento. Già Platone e Aristotele, tra i primi maestri del pensiero occidentale, mostrarono come la filosofia avesse inizio in risposta allo spettacolo del divenire, alla danza veloce e multiforme della vita, che desta al tempo stesso ammirazione e paura. Prima di loro, il filosofo greco Eraclito aveva fatto del divenire, del cambiamento la ragione e la forza di fondo della realtà: è divenuto celebre il suo panta rhei, tutto scorre, tutto cambia.

Tuttavia, se da un lato c’è il costante cambiamento di tutta la realtà, dall’altro noi esseri umani abbiamo, molto spesso, la sensazione che non cambi mai nulla, che tutto resti immobile; è la sensazione che si consolida nella rassegnazione di chi sostiene che sia inutile tentare di fare alcunché, poiché nulla, in realtà, cambia. Com’è possibile che questa sensazione riesce a sopravvivere in noi, nonostante il divenire costante sia evidente? La risposta può essere trovata grazie a una preziosa indicazione di Sant’Agostino, secondo cui l’anima è capace di misurare il tempo; poiché il tempo è misura del movimento e del cambiamento, possiamo dire che, in fondo, tutto dipende dalla nostra percezione.  Se la nostra anima non segue il movimento di tutta la realtà, non si predispone al costante rinnovamento di sé, tutto resta tale e quale, anche se tutto cambia. Ecco, dunque, uno degli insegnamenti più preziosi della filosofia: se vogliamo che qualcosa cambi davvero, in primo luogo siamo chiamati a sfruttare ogni momento critico come un’occasione per migliorare noi stessi.

di Emanuele Lepore