Canta che ti passa

Dal Carso a Pertini, storia di canzoni come ritratto di un paese

Su una dolina del Carso scheggiata dalle cannonate, un fante italiano della Grande Guerra incise con la baionetta: “Canta che ti passa”. La forza della canzone per sopravvivere nell’inferno della guerra più devastante mai vista fino ad allora, il canto in coro per darsi forza tutti insieme, per esorcizzare la paura, per darsi coraggio. E ce ne voleva tanto in quell’autunno del 1917 dopo che gli Austriaci avevano sfondato a Caporetto e gli Italiani indietreggiavano in un fiume di fango, lasciando ai bordi delle strade carogne di cavalli e muli e cadaveri di soldati, vecchi, bambini. Ci voleva coraggio per sperare di rialzarsi, per marciare con dignità. La canzone poteva aiutare, scandiva il ritmo della marcia, occupava la mente, soffocava la fame, faceva sentire meno soli. Per il soldato la solitudine era anche in mezzo al plotone, in fondo alla trincea popolata di uomini e topi, tra morti ammazzati e caduti con gli occhi aperti.  Bastava poco, anche una vecchia canzone di montagna: “Quel mazzolin di fiori che vien dalla montagna…”.

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“Canta che ti passa”. Canta qualsiasi cosa perché la canzone spinge le gambe, dà un senso di identità, accomuna. Non è un caso che molte canzoni nate durante le guerre o per le guerre siano diventate in molti Stati inni nazionali. Per gli italiani la “Canzone del Piave” è diventato il simbolo della guerra stessa. Niente più dei versi della canzone rende l’idea del tumultuoso scorrere del fiume, lo scalpiccio dei fanti con gli scarponi chiodati: “Muti passaron quella notte i fanti/ tacere bisognava e andare avanti…”.

In quella guerra le canzoni segnarono battaglia per battaglia, follia dei generali, morti, contati quasi uno per uno. Anche amore e disperazione. I fanti sparavano e cantavano: “Con l’arma sua terribile/ che semina la morte …”. Maledivano chi comandava: “Maledetto sia Cadorna/ prepotente come d’un cane…”. Morivano: “Eravamo in ventisette, solo in sette noi siamo restà”.

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La stessa cosa accadde su tutti i fronti. Su quello tedesco i soldati cantarono “Lilì Marlen”, che sarebbe stata tramandata come simbolo della seconda guerra mondiale. La canzone è stata usata per trasmettere messaggi politici, per far passare le idee di un regime o di un governo anche democratico. L’Italia del primo Novecento, quando inseguì la sua ambizione coloniale invadendo la Libia si affidò anche a una canzone che avrebbe dovuto suscitare entusiasmo. Gea della Garisenda saliva sul palco avvolta nel tricolore e cantava: “Tripoli bel suol d’amore/ ti giunga dolce questa mia canzon./ Sventoli il tricolore,/ sulle tue torri al rombo del cannon!”. Messaggio esplicito. Sarà ancora più esplicito quello che il fascismo affiderà alle canzoni. Canzoni usate per distrarre, per dare al popolo un sorriso anche con versi surreali che parlano di pinguini innamorati, di Pippo che saltella come un pollo, di Maramao che l’insalata aveva nell’orto. Canzoni per creare consenso sulle conquiste in Africa Orientale: “Faccetta nera, bell’abissina/ Aspetta e spera che già l’ora s’avvicina!/ Quando saremo insieme a te/ Noi ti daremo un’altra legge e un altro Re”.

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La canzone ha sempre raccontato la storia di un popolo, la canzone è popolare, la si canta per sentirsi anche uguali agli altri, per ascoltarsi in mezzo agli altri. E’ memoria singola e collettiva. Nei ricordi della gente c’è sempre almeno una canzone, cantata da bambini nelle recite in parrocchia, sul pullman nella gita scolastica o in quella del dopolavoro, davanti al juke-box, davanti al televisore. E quelle canzoni hanno sottolineato la nostra storia, nel bene e nel male. Anche in tempi di libertà, di democrazia. Gli italiani che oggi hanno sessant’anni ricordano le canzoni che in tempo di guerra fredda dovevano servire a far tornare all’Italia la città di Trieste reclamata dalla Jugoslavia: “Vola colomba bianca vola…”.

Quando fu tempo del boom economico il sogno fece volare nel blu dipinto di blu; quando il turismo di massa si accompagnò all’utilitaria e alla camera con vista nelle nuove capitali delle vacanze, arrivarono le rotonde sul mare per ballare, le pinne i fucili e gli occhiali, il sapore di sale. E quando l’autunno si fece caldo per le proteste operaie si cantò “Chi non lavora non fa l’amore”. E nei giorni bui del terrorismo, negli anni di piombo iniziati con l’attentato di piazza Fontana a Milano il 12 dicembre 1969: “Viva l’Italia, l’Italia del 12 dicembre/ l’Italia con le bandiere, l’Italia nuda come sempre…”. 

E fu una canzone a consacrare un Presidente come Sandro Pertini, capace di restituire alla gente la fiducia nella politica: “Lasciatemi cantare con la chitarra in mano/ lasciatemi cantare sono un italiano/ Buongiorno Italia,gli spaghetti al dente/ e un partigiano come Presidente…”. Un’altra a chiedere qualcosa di più a tutti: “Perché la guerra la carestia/ non sono scene viste in tv/ e non puoi dire lascia che sia/ perché ne avresti un po’ colpa anche tu./ Si può dare di più perché è dentro di noi/ si può dare di più senza essere eroi”.

Fino ai giorni nostri, è sempre così. Canta che ti passa.

 

Di Edoardo Pittalis

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