Quando il canto ci unisce

Dai ritornelli dialettali a “Merica..Merica”, quando la canzone è parte di noi

“El diciaoto novembre una giornata scura/ montando in vaporeto i n’à fato ciapar paura…” Cantavano con voce aggraziata e leggera mia madre e mia zia, con una seconda voce che scivolava parallela in una terza sotto la voce principale. Sembrava ci fossero state anche loro tra quei profughi veneziani che nel 1917 abbandonavano la loro città, chi per Pesaro, chi per Rimini, chi per Loreto, giù giù fino alla Sicilia.

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Ma loro non c’erano quando la nonna con altre centinaia di famiglie ha attraversato la laguna, è arrivata a Chioggia e da lì si è imbarcata in una tradotta che in 48 ore di viaggio l’ha portata a destinazione, appunto a Pesaro. Gliela aveva insegnata lei quella canzone, raccontando loro questo pezzo di storia che nei libri di scuola non avrebbero trovato, e l’avevano ripetuta in coro chissà quante volte, imparando a cantare insieme, e a capire le sofferenze di quella povera gente. La canzone unisce quando ci racconta pezzi della storia minuta da cui proveniamo. Nel sud est del Brasile vivono centinaia di migliaia di discendenti delle migliaia di emigranti che costruirono quella parte del paese a partire dalla seconda metà dell’800. I nostri nonni e bisnonni che, spinti dalla fame e dalla speranza, hanno reso grande quella terra. Ci arrivavano a migliaia con la nave a vapore che impiegava trenta o quaranta giorni di paurosa traversata atlantica per consegnarli a quella tremenda ed esaltante avventura. Ancor oggi i figli dei figli cantano le canzoni che i loro avi hanno portato con sé e ovunque ci si sente parte della grande storia cantando “Merica, Merica, Merica…” divenuta l’inno dell’immigrazione italiana nei paesi del sud del continente americano. Cantare la storia comune per mantenere vivo il rapporto con le proprie radici sociali e culturali. Ci coinvolgono e uniscono, però, anche canti che ci hanno raccontato fatti avvenuti in altre realtà. Le lunghe ballate epico liriche, la cui origine si perde nella notte dei tempi, hanno attraversato il tempo e lo spazio riverberandosi nella voce di chi prima aveva attentamente ascoltato quei racconti, spesso tragici, e li aveva poi ricantati negli incontri serali in stalla (il filò) o all’osteria. La povera Cecilia, Donna Lombarda, La sposa morta sono, con altre cento, storie che si cantano ancor oggi in tutta Europa con varianti musicali o testuali che spesso fanno intuire l’origine unitaria della storia e del canto. I Cantastorie, quelli che dalla metà dell’ottocento hanno animato le piazze delle nostre città e dei nostri paesi, al nord come al sud, seppure in forme diverse, hanno permesso agli Italiani più poveri, divisi dal resto del paese dall’indigenza e dall’ignoranza, di conoscere, seppure per interposto cantore, ciò che accadeva intorno a loro, ma anche nei paesi più reconditi, dando così un contributo essenziale alla costruzione del senso di appartenenza ad una nazione di nome Italia.   Ci sono poi interi repertori che sono stati cantati da gruppi sociali che hanno avuto forti esperienze comuni di vita. I canti degli Alpini ci descrivono stati d’animo, condizioni di vita, desideri, avventure di questi giovani che appendevano la loro vita alle rocce e alla neve. Monte Canin, Sul ponte di Perati… sono eventi di una drammatica storia da molti condivisa, da troppi colà conclusa.

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Cantarle tutti insieme queste canzoni significava condividere il dolore, ma anche la speranza che quei sacrifici potessero essere gli ultimi.  Un altro gruppo sociale che ha avuto nel canto condiviso un grande elemento di coesione è quello delle mondine. Dal Veneto, dall’Emilia, ma anche da altre regioni d’Italia fino alla Calabria, partivano le tradotte che portavano per quaranta giorni, in Piemonte e in tutta la Valpadana, migliaia di donne che per otto e più ore al giorno, schierate in lunghe file e piegate sulla schiena con l’acqua fino alle ginocchia, dovevano ripulire le piantine di riso dalle altre piante infestanti. Cantavano quelle donne, per far passare il tempo e per sentirsi unite, perché di unità, molta, hanno avuto bisogno per sfidare i padroni, i caporali e talvolta anche l’esercito o la polizia. Richiamare il repertorio di monda significa aprire il grande capitolo del canto legato al lavoro. Ci sono canti che accompagnano l’attività di un gruppo di lavoratori, come appunto quelli delle mondine, e altri che sono parte integrante del lavoro stesso, che permettono al gruppo di eseguire operazioni corali.

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Le grida ritmiche dei battipali della laguna veneta, dei cavatori di marmo di Carrara, dei pescatori di ogni regione d’Italia per tirare su le reti o per compiere altre operazioni corali sono solo alcuni esempi. In questi e altri mille casi il canto diviene vero e proprio strumento per l’esecuzione del lavoro, e sono canti irripetibili, specifici, spesso echi di un mondo lontanissimo nel tempo, testimonianze di vicende dolorose. Ne sono un chiaro esempio i canti dei battipali di Chioggia o di Pellestrina. Per secoli hanno declinato i loro ritmi su scale modali pentatoniche ereditate probabilmente dai piantatori di pali dei tempi d’oro della serenissima repubblica, i s-ciavi, i prigionieri delle interminabili guerre con l’Oriente. Questo sedimento culturale racconta ancor oggi una storia che gruppi di uomini riuniti in un canto hanno portato fino a noi, forse inconsapevoli della testimonianza che ci stavano donando.

di Gualtiero Bertelli, cantautore e ricercatore musicale