C’era una volta il natale

E' giusto aprire centri commerciali e ipermercati il giorno di Santo Stefano e di Capodanno?

C’era una volta il Natale, la grande festa religiosa, la grande festa della famiglia nella quale riunirsi, scambiarsi auguri e doni, ritrovarsi. Tanto importante che il detto popolare spiegava: “Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi”. Per far capire che non ci si poteva sottrarre, che anzi era un piacere esserci. Giorni dedicati alla festa e ai parenti, ai regali, alle attese del nuovo anno.

Anche se da qualche anno i bambini che aspettano per aprire i regali sotto l’albero sono sempre di meno, sono calate le nascite e la crisi ha limato i comportamenti e pure i regali, si punta sull’utilità più che sull’effetto. Sono diminuiti anche coloro che dovevano dividersi per le feste tra più famiglie. Il grande regista Vittorio De Sica raccontava che per Natale ingrassava sempre, invariabilmente: doveva districarsi tra due case e mangiare due volte.

Qualcosa, però, sta cambiando: i centri commerciali vogliono aprire il 26 dicembre, giorno di Santo Stefano, e il Primo gennaio, giorno di Capodanno. Forse ci riusciranno perché pare che la legge del profitto sia prevalente sulla società e perfino sulla fede. La discussione è diventata polemica anche arroventata: da una parte le grandi aziende multinazionali, dall’altra i dipendenti che rischiano di essere costretti a lavorare nei giorni di festa. La situazione di crisi si presta come alibi nobilissimo e credibile per  mettere la gente con le spalle al muro. Il tabù della domenica è stato infranto con relativa facilità negli anni scorsi, poi sono caduti gli ostacoli sulle festività civili (il 25 Aprile, festa della Liberazione, per esempio) con attacco diretto perfino alla chiusura del 1. Maggio, la festa dei Lavoratori! Il passo alle festività religiose più importanti è stato breve, aggirante: non  preciso al Natale e alla Pasqua, ma alle date di contorno, al giorno dopo. Una volta sgretolato il muro, tutto il resto scivola quasi da solo. Così si sono visti centri commerciali e ipermercati aperti anche a Natale e Pasqua!

Nessuno si sorprende più a pensare che ci sia gente che ama trascorrere i giorni delle grandi feste in un centro commerciale, che reputi negozi e banconi un luogo di ritrovo preferibile alla propria casa e a piazze e strade della propria città. Forse è un effetto della trasformazione sociale, forse è il risultato dell’omologazione. Certo è più comodo: il parcheggio gratuito e davanti all’ingresso, vetrine standardizzate dove si trova tutto o quasi. Siamo diventati più pigri, più comodi, non vogliamo fare troppi metri a piedi, non vogliamo perdere tempo a pensare e cercare. Non importa se questo significa anche spegnere gli occhi e le luci delle città.

Ma resta una domanda: c’è l’obbligo di lavorare nei giorni di festa?

E’ chiaro che i centri commerciali e i supermercati seguono i tempi, si adeguano alle mode, si difendono dalle difficoltà e questa crisi non ha niente che assomigli alle precedenti perché ha stravolto e cambiato costumi, ridotto i consumi, ridimensionato ambizioni, fatto slittare progetti. La crisi lunga provoca assuefazione a certe abitudini, sarà difficile riprendere gli usi di una volta. Tra le  vecchie abitudini non  ci sarà più quella della chiusura domenicale, tutto saltato col decreto Salva Italia che all’articolo 31 liberalizza l’apertura della domenica. Fu l’esordio del Governo Monti nel 2012 e si scontrarono subito sindacati, associazioni delle famiglie, gruppi economici e la Chiesa.

La domenica non è un giorno qualunque. “Senza la domenica ci mancherebbero le forze  per affrontare le difficoltà quotidiane”, ha detto Papa Benedetto XVI e Papa Francesco lo ha ribadito rispondendo alla lettera di un bambino trevigiano di sette anni che si lamentava perché la domenica non poteva vedere il padre costretto a lavorare. Per la Confeserenti siamo alla deregulation che ha creato “un regime insostenibile” per il quasi milione di imprese al dettaglio.

Aprire adesso a Natale è una “bestemmia economica” dice Tiziana D’Andrea leader delle commesse trevigiane. Non è facile capire da che parte penda la bilancia costi/benefici    se si tiene aperto a Capodanno. Don Enrico Torta, il battagliero parroco che ha difeso i risparmiatori truffati dalle banche, ha proposto un “tavolo etico” nella zona di Marcon “per dire no alle aperture straordinarie”.  C’è chi sottolinea la paura dei dipendenti, chi le esitazioni dei sindacati in un momento critico, chi paventa la turbativa di mercato, chi sospetta regali alla grande distribuzione e alle cooperative.

Ma davvero tutto questo vale il Natale al quale siamo abituati, che fa parte della nostra cultura e della nostra fede, che ci restituisce ogni anno un clima che sa di tradizione ma anche di futuro da scrivere?

Negli anni scorsi il problema è stato risolto in parte con una tregua. Ora attendere non basta più, occorre una legge che metta ordine e che venga rispettata. In materia Comuni e Regione hanno voce. La facciano sentire.

Edoardo Pittalis