Conetta: quel vaso di Pandora che è l’enorme pozzo dell’accoglienza

Quasi un incubo che ritorna

Entrare in quel posto è stato come entrare nell’enorme vaso di Pandora. Un vaso, un imbuto, che risucchia anche le forme più geniali di vita. Un vaso, pieno, traboccante, che scoppia, che imbottiglia, che inghiottisce, che ammazza, che soffoca, che rigurgita, che vomita. Un imbuto pieno di migranti, di gente venuta qui a fiotti, impetuosa, repentina. Un’ondata di persone di etnie e religioni diverse che inevitabilmente, modificherà la natura e la consistenza del nostro Paese.

É l’inizio di un’invasione epocale, sconvolgente, che porterà il mescolamento dell’umanità, il ripudio verso le altre etnie, le altre religioni, perché a forza di essere costretti a stare insieme, la situazione scoppia.

Come è scoppiata lunedì 2 gennaio a Conetta, nell’ex base militare dove sono ospitati oltre 1300 richiedenti asilo. Sono 15 etnie diverse: Nigeria, Guinea, Zambia, Senegal, Mali, Costa D’ Avorio, Bangladesh, Pakistan, Afghanistan, Sierra Leone, Somalia, Etiopia, Congo, Ghana e Camerun. I nigeriani sono 456 e sono il gruppo più numeroso. Tra questi, a parte 40 che sono cattolici, il resto è cristiano avventista. Una situazione al limite dal momento che i nigeriani perseguitati come cristiani, quando vengono qui si vendicano nei confronti dei musulmani. E infatti nel campo sono presenti sia gli uni che gli altri. Dalle nuove Guinee sono 143, poi ci sono 132 zambesi, 122 senegalesi. 117 malesi, un centinaio di ivoriani, dove ci sono anche alcuni ex guerriglieri; 40 pachistani, 10 afghani, 25 sierraleonesi, 10 somali, 105 ghanesi, 15 camerunensi e alcuni etiopi e congolesi. Insomma un mix esplosivo che se già fatica a convivere in diverse nazioni, figuriamoci in un campo, tutti insieme.

A Conetta i primi immigrati sono arrivati a luglio del 2015. Si era partiti con una 50, poi si era arrivati a 144 ma nel giro di un anno le cifre si erano ben quintuplicate. Ad aprile 2016 erano quasi 700, a settembre 900 e fino a una settimana fa quasi 1500. Il Ministero ora, dopo la rivolta dei giorni scorsi, ne ha trasferiti 100 in Emilia Romagna.

Una convivenza difficile, nel 2016 sono stati oltre 1800 gli stranieri che hanno varcato il filo spinato di quel campo accoglienza di Conetta. Soltanto per stabilire un menù che potesse andare bene per tutti, ci sono voluti sei mesi. E ora si va da: riso, pasta, cous cous, con sugo a parte, niente carne di maiale per i musulmani che hanno la moschea riscaldata dove pregare, e poi pollo, vitello, pesce, verdure, soltanto cotte, banane, mele, crostatine, yogurt e ultimamente anche cotoletta alla milanese.

Ma il problema più grande rimane la religione e gli scontri tra etnie. A luglio scorso in sei finirono in ospedale a Chioggia con le teste rotte, le ossa fracassate e i volti sanguinanti. I nigeriani cristiani infatti se la presero con i pachistani e gli afghani musulmani, si colpirono come bestie, usando coltelli, asce, bastoni di legno, spranghe e tubi di ferro. Una vera e propria guerriglia, la riproduzione dell’eterna lotta tra cristiani e musulmani aggravata dal sovraffollamento del campo. “Different religion – ci aveva detto un richiedente asilo – different religion, è naturale inizi un combattimento”.Ma le prime proteste iniziarono ben prima. Il 60% lì dentro si professa di fede musulmana. Ad agosto 2015, quando la quota tocca le 400 unità, ci furono le prime proteste. Prima la protesta dei richiedenti, poi quella dei residenti, dei cittadini per l’invasione subita.

Conetta è una frazione di Cona con 197 anime. Il 27 gennaio 2016 un’altra protesta: una cinquantina di migranti manifestano nella piccola piazza di Conetta per il cibo scadente e il sovraffollamento.  A maggio 2016 la quota sfiora i 700 e i migranti escono una mattina e bloccano la strada la provinciale. A luglio lo scontro tra etnie che diventa rissa tra rifugiati. E fa impressione pensare che proprio domenica 3 luglio in esclusiva con le foto della rissa, su Il Giornale, scrivevamo “alcuni residenti, preoccupati dal via vai di volanti e ambulanze sono andati alla ex base, giovedì sera, ma dall’esterno, raccontano, non si vedeva nulla. E infatti, l’inferno era all’interno. Un inferno che rischia ancora più di bruciare e alzare le fiamme”.

Era il 3 luglio 2016. Tempo sei mesi e il 2 gennaio 2017, i migranti appiccano il fuoco, incendiano mobili e bancali e si impadroniscono del campo. Dentro la base rimangono sequestrati 25 operatori che lavorano all’interno del centro. Questo accade dopo la morte di una ragazza ivoriana del centro di 25 anni, Sandrine Bakayoko, trovata esanime dal marito in bagno sotto la doccia. A nulla è valsa la corsa disperata in ospedale a Piove di Sacco, Sandrine è morta durante il trasporto. Da lì all’incirca alle 17 del pomeriggio, i migranti hanno preso d’assalto il campo base. Hanno appiccato un falò davanti l’entrata principale, bruciando mobili e bancali, hanno staccato la luce, ma dentro la struttura ancora c’erano 25 operatori che sarebbero dovuti rientrare a casa chi alle 19, chi alle 21 e invece sono stati “liberati” poco prima delle due di notte. “Sono in 50mila ragazzi” dirà un’operatrice uscendo con la sua auto dall’ex base militare.

Ora la magistratura indaga ma l’ipotesi del sequestro di persona non è così scontata, anche se un’operatrice ha dichiarato alla stampa che è così che l’ha vissuto. Gli inquirenti, coordinati dal sostituto procuratore Lucia D’ Alessandro, dalla Digos e dal reparto operativo provinciale dei carabinieri di Venezia, hanno setacciato tutte le riprese video e le immagini scattate tra lunedì e martedì per incastrare i responsabili. Tutte le ipotesi di reato però sono state previste e tra le accuse possibili anche violenza privata, danneggiamento e resistenza. Ma per ipotizzare il sequestro di persona ci vuole cautela, ha detto il procuratore aggiunto ad interim Carlo Nordio. “Bisogna procedere in maniera rigorosa – ha spiegato – per evitare di sbagliare nell’indicazione delle responsabilità”.

Intanto nell’ex base, però, regna la paura, alcuni volontari hanno minacciato di non volersi ripresentare al lavoro, alcuni si sono messi in malattia e altri parrebbero aver annunciato le dimissioni. Il centro di accoglienza, gestito dalla cooperativa Edeco, ex Ecofficina, che a maggio scorso è finita sotto inchiesta per aver “truccato” le carte per un bando nel comune di Due Carrare a Padova, è ridotto allo stato brado. Come riporta Il Giornale, i danni, dopo l’insurrezione e la rivolta, ammontano a oltre 100 mila euro. Solo una tenda ne vale 30 mila. E i danni, compiuti dai richiedenti asilo, sono tanti: termosifoni presi e attaccati alle prese di corrente, telecamere distrutte, rubinetti rotti, impianti danneggiati, bagni devastati, tubature scardinate, tende squarciate e caldaie bloccate. Per non parlare del fatto che hanno lasciato sporco ovunque. Ma loro vivono così, senza fare niente, in mezzo alla sporcizia e al fango.

E se tu vuoi entrare in quel campo ti devi spogliare, devi dimenticare quello e chi sei, scordarti di ciò che fai. Ti devi denudare, metterti a nudo e sporcarti della vita degli altri. Loro, si mostrano per come sono, mettendosi a nudo perché il loro essere è l’unica cosa che, lì dentro, hanno. Non hanno niente da perdere. Li riconosci subito. Alcuni hanno gli occhi sbarrati, altri disperati, altri speranzosi, altri tristi, altri sembrano corpi in attesa che qualcosa accada, mine vaganti, annacquate nella nebbia dei migranti, ma altri… altri hanno gli occhi cattivi. Ti guardano come fossi un insetto da schiacciare. Pronti a tutto, con sfida e ribellione.

Quella stessa ribellione che soffoca anche chi non ne ha e che rischia di scoppiare in una rivolta culturale, epocale. Quella stessa ribellione animata da chi permette che dentro un’ex base militare ci siano oltre 1300 anime in cerca di destinazione. Quella destinazione che per chi si è salvato dal mare, rischia di essere inghiottito dal Dio del denaro.

 

 

Serenella Bettin

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