Convivere con le assenze

Nel cuore del nostro rapporto con l’Altro permane l’assenza.

Desideriamo l’Altro, ma si allontana. Lo imploriamo, e sembra non capire. Una distanza incolmabile. Un vuoto che ci divora, senza lasciarci via d’uscita.

Come possiamo entrare in relazione con l’Altro se alla radice del nostro malessere risiede il bisogno esasperato di una presenza costante?

Una presenza senza interruzioni. Senza pause. Senza istanti di solitudine.

Una promessa-presente asfissiante. Patologica. Che lacera. Senza lasciare al Sé quello spazio necessario per crescere e nutrirsi.

Secondo il filosofo tedesco Friedrich Hegel, l’assenza è parte costitutiva del funzionamento dialettico. Non esiste alcun riconoscimento senza una logica dell’assenza, la sola in misura di permettere all’Altro-da-sé di definirsi in quanto altro. Attraversando un vuoto. Una frattura. Uno spazio che distingue.

È quella differenza abissale tra l’Io e l’Altro a rendere possibile il dinamismo della relazione.

La frattura e la mancanza diventano dunque sinonimo di possibilità. Di fertilità. Di rinascita.

L’assenza mette di fronte alla domanda di senso del nostro stesso stare al mondo, nonché alla ricerca di senso della nostra presenza. L’assenza richiama la necessità della presenza. Il perduto fa risuonare dentro di noi il valore di un presente da ricomporre e di un futuro da desiderare.

La spinta del desiderio è onnipresente. Non si esaurisce mai. Almeno fino al permanere di quello spazio tra Noi e l’Altro. Sopprimerlo significherebbe cancellare la diversità tra l’Io e il Tu. Uccidendo quella diversità che, attraverso la distanza, ci rende liberi. Uccidendo noi stessi, se incapaci di vivere senza l’alterità. Dipendenti assoluti. Senza via di scampo.

Percepire l’assenza significa quindi prendere consapevolezza di quel vuoto che ci attraversa e che non potremmo mai colmare. Un buco che, in un certo qual modo, costituisce la presenza indelebile di una ricerca di senso che dura tutta l’esistenza.

Quando Camille Claudel scrisse di sentirsi letteralmente perseguitata da qualcosa che la tormentava, si riferiva esattamente a quella mancanza costitutiva nella finitezza della natura umana.

Tentare di ricucire quello strappo e di riempire quel vuoto che ci attraversa significa fare i conti con la morte del desiderio. Più nessuna spinta. Nessun bisogno. Nessun senso.

L’essere umano vive quotidianamente di assenze incolmabili e di presenze improvvise.

L’importante è convivere con queste perdite e con questi istanti di presenza.

L’importante è sapere accettare. E da lì, ricominciare.

 

di Sara Roggi

La Chiave di Sophia