Corpi intrusi

Ho ricordi molto vivi di quando, da bambina, passavo i pomeriggi con mamma in ospedale, assistendo il nonno. Cardiopatico dai cinquant’anni, avrebbe passato i suoi ultimi quindici anni di vita tra un ospedale e l’altro.

Erano pomeriggi interminabili quelli. Ore passate nell’attesa di un pasto caldo, tra una partita a carte e l’altra. Mesi in sospeso, durante i quali si perdeva la concezione del tempo.

Malgrado le numerose difficoltà vissute nel corso di quegli anni, iniziai però a capire che cosa significava “vivere al letto del malato”, espressione che avrei successivamente incontrato nei miei studi di bioetica.

La malattia ci costringe a fare i conti con i nostri limiti e con le nostre fragilità, e dunque con il nostro bisogno dell’altro. Si tratta di una dipendenza, certo; eppure, è una relazione necessaria. Salvifica.

Senza l’altro, rimaniamo pertanto paralizzati nel nostro dolore psico-fisico. Imprigionati in un presente immobile. Oggettivati in un sintomo che diventa la nostra identità. Mentre la forza, quella vera, sparisce. Alienandoci non solo rispetto quelle alterità che ci possono sostenere, ma anche rispetto a noi stessi e alla nostra autobiografia.

La sensazione, nell’immaginario di molti pazienti gravemente malati, è quella di sentirsi impossessati da un intruso che, silenziosamente, è entrato nel loro corpo, occupandolo, fino a estraniarli da esso.

Si costituisce dunque una rottura tra il modo in cui il proprio corpo è percepito dall’evento della malattia – un incontrollabile ed ingestibile estraneo – e ciò che questo stesso corpo rappresentava per il soggetto prima del sintomo: non solo mezzo, quanto più una storia intessuta dai segni indelebili che, su di esso, descrivono tracce uniche in coincidenza con particolari istanti autobiografici. Una storia personale descritta e attraversata dal corpo. Oltre al fatto che è solo attraverso il corpo che ciascuno di noi entra in relazione con l’altro e con il corpo dell’altro. L’incontro delle soggettività si trascrive, infatti, come un incontro di entità corporee, capaci di incontrarsi attraverso il rispetto e il riconoscimento di quelle diversità che rendono ciascuno unico ed insostituibile.

Non c’è alcun dubbio sul fatto che la malattia crei disordine nel proprio equilibrio psicosomatico. È tuttavia necessario mantenere un certo legame con quelle alterità che, empaticamente, dovrebbero prendersi cura di noi. Ciò al fine di poter continuare a scrivere la propria storia personale, trasformando eventuali momenti d’interruzione in pause costruttive.

di Sara Roggi

La chiave di Sophia