Dal metalmezzadro alla locomotiva del NordEst

Il cambiamento del Veneto da mondo contadino al mondo industriale

Il giorno che si sentì parlare del metalmezzadro, il Veneto capì che il mondo contadino era tramontato per lasciare posto al mondo industriale.

Era l’alba degli Anni Sessanta, quelli del boom economico. Il Veneto era riuscito a realizzare il suo miracolo. Il Veneto aveva costruito un suo modello economico e sociale capace di assorbire senza traumi le contraddizioni e le tensioni avvertite in altre parti d’Italia.

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È quello che è passato alla storia come “modello veneto”.

Era riuscita la rivoluzione che sembrava impensabile qualche anno prima. Appena nel 1958 un testo di geografia economica parlava delle “Cause della debole industrialità delle Tre Venezie”. Il Veneto del dopoguerra si basava su un tipo di economia rurale: nel 1953 nell’industria si contava il 7,5% di occupati contro il 22,6 della Lombardia o il 16,5% del Piemonte, inoltre, le province venete erano segnate dall’emigrazione, in dieci anni 403.321 persone in direzione del triangolo industriale Torino-Milano-Genova, altre tra Argentina, Venezuela, Canada e Australia.

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Nel 1961 l’Istat aveva fotografato un Triveneto a due marce con zone depresse e con altre di grande industria in aree precise e specializzate e nella zona di Pordenone-Conegliano-Susegana, il cuore della meccanica leggera. Solo dopo, il polo petrolchimico Eni e Montedison a Porto Marghera.

Il Veneto era l’unica regione italiana a perdere popolazione,ma tra Vicenza-Padova-Treviso nasceva un “altro Veneto” con la diffusione delle fabbriche e delle piccole imprese costruite in “casa”. Il Veneto era la regione che aveva goduto maggiormente i benefici della legge degli “interventi straordinari” per le zone depresse. Aveva sfruttato i meccanismi a pioggia che garantivano l’estensione illimitata di vantaggi fiscali specie da parte dei Comuni. Anche così negli Anni Cinquanta si cresceva. Fino alle 2288 imprese del 1966.

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La rivoluzione arriva dal basso con iniziative imprenditoriali. Dalla chimica al tessile, dagli elettrodomestici allo zucchero (Montedison, Marzotto, Zoppas, Montesi) la grande imprenditoria gradualmente si inserisce nella competizione nazionale. Cerca nel mercato finanziario italiano il supporto per garantire lo sviluppo triveneto: ne nasce un intreccio destinato a durare. Crescono le città e si svuotano le campagne: Mestre in dieci anni raddoppia la popolazione grazie ai pendolari che arrivano da paesi in un raggio di cinquanta chilometri. Così Conegliano e Susegana.

Le medie imprese scoprono i vantaggi del lavoro in serie; è l’impresa “sommersa” che porta a una sorta di controllo sociale del territorio. Così il Veneto subisce la sua vera trasformazione.

Il “metalmezzadro” costituisce una nuova figura sociale e umana. Col metalmezzadro le due culture convivono: è l’operaio metalmeccanico che continua a lavorare nei campi durante il tempo libero. Ed è anche in queste figure nuove la chiave del successo economico del Veneto: si raddoppiano i redditi, si ingrandiscono le case, si compra altra terra.

Quello che in un passato recentissimo si faceva con le rimesse degli emigranti, adesso si fa con la doppia fatica. È questo fenomeno a fare de Veneto un modello a sé e a salvarne l’identità. È un maniera di passaggio graduato. La forza lavoro contadina non si trasferisce lontano ma  si sposta di poco e ritorna in giornata. È questo a impedire stravolgimenti sociali devastanti e a proteggere mentre altrove questa nostalgia si è smarrita o è stata violentata.

Per la prima volta nella storia del Veneto, l’incremento del reddito netto coincide con quello nazionale. La regione fino a qualche anno prima più povera de Nord ora somiglia finalmente all’Italia più evoluta.  Un’imprenditoria di tipo nuovo quella che avanza e mette a frutto gli incentivi statali. Ha intuito e capacità di rischio e conosce la solidarietà che deriva da un mondo contadino.

di Giuliana Lucca

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