Donne in pittura

da Sofonisba Anguissola a Frida Kahlo

Giuditta è forse il personaggio femminile biblico che, più di ogni altro, ha affascinato gli artisti. Nella fitta schiera di pittori, che hanno in­ter­pre­t­a­to icono­gra­fi­ca­mente la leg­gen­daria eroina di Betulia e la cruenta vicenda della de­ca­pi­tazione di Oloferne, figurano, tra gli altri, Bot­ti­cel­li, Man­tegna, Cranach il Vec­chio, Veronese, Ca­ravaggio, Ar­te­mi­sia Gentileschi e Klimt. Di Klimt il museo di Ca’ Pesaro con­ser­­va la “Giuditta II” del 1909 (scambiata spesso per “Sa­lo­mè”), una figura dal fascino inquietante, che sem­bra con­trad­dire il rassicurante modello muliebre, al quale si erano ispirati i pre­decessori del maestro secessionista. Ad eccezione di Ca­ra­vaggio, che ci mostra invece una Giu­dit­ta non più idea­liz­za­ta ma in piena azione, creando un’opera di un realismo cru­do e impietoso, al quale s’i­spi­re­rà Ar­te­mi­sia Gentileschi (Roma 1593-Napoli 1653) per il suo dipinto del 1620 “Giuditta che de­capita Olo­fer­ne”. Un’opera scon­vol­gen­te che, per la sua spie­tata rappresentazione rea­listica, ai li­mi­ti del sadismo, ave­va impressionato lo stesso Roberto Longhi. «Chi penserebbe che sopra un len­zuo­lo stu­dia­to di candori e ombre diacce degne di un Vermeer» scriveva nel 1916 il celebre critico «do­ves­se avvenire un macello così bru­tale ed ef­fe­rato… Una don­na ha dipinto tutto questo?».

Quel­la donna, in realtà, era una grande artista, in grado di com­petere con i pittori più acclamati del suo tempo.  Ma era an­che la donna coraggiosa e determinata, che qualche anno pri­ma aveva intentato un processo contro il pittore Agostino Tassi, che l’aveva violentata. Probabilmente Artemisia s’i­den­­ti­fi­ca­va nella Giu­ditta del suo dipinto, che dopo aver usa­to la tra­di­zio­na­le arma femminile della seduzione, non esi­tava a impugnare quel­la del nemico, la spada, per li­be­ra­re il suo popolo dal­l’op­pressore. Forse per questo Artemisia Gen­­ti­le­schi è vi­sta dalle femministe d’oggi come un’an­te­si­gna­na del loro mo­vi­mento, una sorta di patrona laica.

In realtà quello della Gentileschi non è un caso isolato nel­la storia della pittura: la cremonese Sofonisba An­guis­so­la aveva già concluso una brillante carriera di pittrice ne­gli anni in cui Artemisia stava creando la sua terribile Giu­ditta. Qualche anno dopo (1638) nasceva a Bologna Eli­sa­bet­ta Sirani, pittrice di talento, che non disdegnava di­pin­ge­re in pubblico. Morirà a soli 27 anni, probabilmente av­ve­le­nata. Di Marietta Robusti, figlia naturale del Tintoretto, non si conoscono le opere, salvo un autoritratto conservato a Firenze nella Galleria degli Uffizi ma in molti dipinti del padre c’è sicuramente anche la mano di Marietta. Sempre a Venezia opera nel Settecento Giulia Lama, autrice fra l’al­tro di un’altra “Giuditta” e molto ammirata dal Piaz­zet­ta, e poi la grande Rosalba Carriera, insuperabile ri­trat­ti­sta. In tempi recenti l’elenco s’infittisce e si popola di pit­trici, che sono ormai diventate delle autentiche icone, co­me Tamara de Lempicka e Frida Kahlo. Anche il Leone d’Oro del­la Biennale di Venezia non è sfuggito a una donna, la per­former Marina Abramovic, che l’ha conquistato nel 1987. È im­­possibile ormai fare i nomi delle componenti di questo eser­cito vittorioso, che ha conquistato tut­te le posizioni, an­che quelle un tempo ritenute inac­ces­si­b­i­li. Si chia­mano tut­te Giuditta.

di Aldo Andreolo

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