Dove nascono i miti

Dai sogni alla carta, storia della più famosa casa editrice di fumetti italiana. La Bonelli

Casa Bonelli, il più grande laboratorio italiano del fumetto, in via Michelangelo Buonarroti. Per molti appassionati il regno in cui prendono vita i sogni. Nata con Gianluigi Bonelli assieme al mitico Galep (il nome Tex Willer vi dice niente?), poi continuata con il figlio Sergio e ora in mano alla terza generazione dopo la scomparsa dello stesso Sergio che, come il padre, con uno pseudonimo, è stato anche spesso autore di sceneggiature da Tex a Mister No. Entrare in quegli uffici è come realizzare un sogno e chi scrive, da ragazzino, c’è stato, portandosi a casa tavole su tavole autografate di De Angelis, Piccatto, Roy, Stano e chi più ne ha più ne metta. Compresa una pila di fumetti che non finiva più tra cui spiccava uno dei primi “Texoni”,  albi speciali «grande formato» in cui Tex Willer viene di volta in volta affidato a una grande firma. Guido Buzzelli e Giovanni Ticci, Magnus e Colin Wilson, Joe Kubert e Fabio Civitelli, l’élite del disegno. Questa volta Tex (su storia di Tito Faraci, Capitan Jack) è stato disegnato da Enrique Breccia, uno dei più grandi artisti latinoamericani, che ha dedicato all’eroe di carta quattro anni di lavoro. Ma la Bonelli editore è questo e altro.

È una casa editrice che (per scelta) non possiede un indirizzo elettronico aziendale, e che alle mail (per esplicito desiderio di Sergio Bonelli) preferisce il contatto diretto e lo scambio epistolare, compreso quello con gli artisti e i lettori. Più tardi, in un altro contesto, il direttore editoriale della casa Michele Masiero profetizzerà con un sorriso: «Ormai abbiamo infiltrati ovunque. C’è più di una generazione cresciuta sui fumetti. E i bonelliani sono dappertutto».

E in questo universo parallelo fatto di chine e inchiostri chiunque è fan di qualcuno. Basta fare qualche conto: Tex Willer di Gianluigi Bonelli e Aurelio Galeppini è nato nel 1948, nel 1965 Umberto Eco, Elio Vittorini e Oreste del Buono disquisivano già di fumetti in questi termini: Schulz, il papà di Charlie Brown, è letteratura al pari di Salinger (autore del Giovane Holden). Anzi, con i tempi che corrono, è persino più rappresentativo. Nel 1969 Gianni Brera definiva «prodigiosi» i gialli tratti dai lavori delle sorelle Giussani, le creatrici di Diabolik. Dino Buzzati lavorava con una locandina del primo numero del «re del terrore» appesa alle spalle, sulla libreria. E la formula della K veniva presto estesa da Magnus e Bunker (Kriminal, Satanik). Ma nel 1977 Tex e i suoi pard campeggiavano persino nei manifesti della rivolta studentesca e finivano nei lavori di Pablo Echaurren.

Nascevano Zagor, il comandante Mark, Martin Mystére, Mister No e Dylan Dog. Oggi tutti materia di tesi di laurea e dotte elucubrazioni. Già con Dylan Dog si capiva che qualcosa era cambiato. Il fumetto ormai era arte alla pari della pittura. Da allora, con Angelo Stano nelle cover di Dylan Dog oppure con Zerocalcare e Igort su altre sponde, la storia si è evoluta fino all’odierno Bonelli 2.0. In poche parole: un’intera generazione è nata, transitata e tramontata su questi fumetti. Tirandosene dietro anche altre, cresciute tra smartphone, tablet, Facebook e le avventure di Julia, Dampyr e Dragonero. Il mercato oscilla sempre tra bassi e alti, ma tiene alta la bandiera: i fumetti si fanno soprattutto sulla carta, finché c’è fumetto la carta non muore. Anzi.

Nelle stanze dei creativi di Bonelli, le novità ti assaltano come un mostro in una tavola di Brendon. È appena trascorso il venticinquennale del personaggio che ha infuso in Bonelli lo spirito del Blade Runner di Ridley Scott, il fantascientifico Nathan Never del trio sardo Antonio Serra, Michele Medda e Bepi Vigna, è arrivato il trentennale dell’Indagatore dell’Incubo, l’anti-eroe (insieme a Mister No) per eccellenza. Oggi la Bonelli vanta 31 personaggi principali e 42 serie storiche e più di trecento tra sceneggiatori, disegnatori, coloristi. Infine, alcune icone del fumetto tricolore, come il Ken Parker di Berardi e Milazzo, a lungo ospitate e ora scivolate altrove. Questa è la Bonelli; un marchio deciso e inconfondibile, almeno quanto la fascia indiana wampum nella testa di Tex quando veste i panni di Aquila della Notte, il capo bianco dei Navajos.

Tutto questo è la fabbrica dei sogni che ha trovato nuova linfa con gli ultimissimi successi (DragoneroOrfani, Ut)  senza dimenticare Magico Vento, Jonathan Steele, Nick Rider, arrivando agli odierni Morgan Lost, Adam Wild, Cassidy, Volto Nascosto. Cosa significa? Lavorare sempre sul confine, sulla linea del fuoco. Se sbagli qualcosa, hai chiuso.

La sede della Bonelli è un museo. Stimoli ovunque. Nella stanza di Sergio, occupata a sua volta oggi dal figlio Davide, direttore generale con Simone Airoldi, nulla è cambiato; cimeli accumulati in decine di viaggi esotici, la macchina da scrivere Universal 200 con cui sono state scritte le primissime storie di Tex, vecchi juke box perfettamente funzionanti. Sui muri, tavole originali dei più grandi disegnatori del mondo, la maggior parte dedicate agli eroi bonelliani: Giovanni Ticci, l’Uomo Mascherato di Ray Moore, i Tex di Crepax e Moebius, Tex con Pedrito El Drito. E adesso arriva anche la televisione. I contatti con i network tv vanno avanti da tempo. L’idea è di realizzare una fiction con eroi di casa Bonelli.

Chi meglio dei bonelliani, sfornatori di albi in serie, conosce i comandamenti della continuity, necessari a ogni fiction di successo? A un patto, però: la serie Gomorra ha alzato l’asticella italiana della qualità in materia. Per questo ha successo anche all’estero. Dunque, bisogna fare di meglio. Come? Questo non lo diranno mai. Per ora solo qualche accenno. Orfani ha già visto la luce sui canali privati, adesso potrebbe toccare ad un’altra colonna bonelliana Martin Mystere (tra i disegnatori, oltre tutto, un veneziano doc come Paolo Ongaro) ma tutto resta segreto. La ricetta non è in vendita. Se pensiamo che nei primi 200 numeri di Tex la media di morti ammazzati per ogni avventura era sei per Tex e 3,4 per Kit Carson, Tiger Jack e il figlio Kit per un totale di quasi duemila morti in 18 anni, (più o meno un decesso ogni cinque giorni) non è difficile capire che alla Bonelli i “duri” non mancano e se qualcuno provasse a mettersi in mezzo “finirebbe a spalare carbone nelle miniere di Messer Satanasso” per usare le parole di Kit Carson.

 

 

Gian Nicola Pittalis