Il futuro della mobilità (senza dimenticare il presente)

Il dibattito sulla mobilità e sulle infrastrutture è più ripetitivo delle conversazioni tra pensionati nelle osterie di paese. Ci sono ancora i sostenitori dell’auto contro quelli del trasporto pubblico. Quelli che vogliono piste ciclabili e quelli che vorrebbero più strade. Contrapposizioni ideologiche ripetute a pappagallo. Naturalmente chi ci gode sono le potenti lobby dei costruttori che “vendono” opere obsolete anziché concentrarsi sull’innovazione.
Nei prossimi quindici anni la mobilità cambierà in modo sostanziale così come è cambiata tra il 1955 e il 1970. Guardare al futuro non significa dimenticare il presente e, sebbene molte cose cambieranno nei prossimi decenni, noi dobbiamo vivere oggi. Tuttavia, sapere dove siamo diretti aiuta a non commettere errori e a non distogliere risorse per realizzare infrastrutture che nascono vecchie.
Nell’ultimo secolo abbiamo scaricato sulla mobilità molti problemi che avrebbero potuto trovare altre soluzioni. Per esempio, anziché favorire la residenza dei lavoratori e degli studenti presso i luoghi di lavoro e studio, abbiamo investito in trasporti. Abbiamo creato grandi centri commerciali e accorpato edifici scolastici in “città studio” che rispondono all’idea modernista dello zoning. Gli ospedali li abbiamo costruiti in una campagna che è diventata un interminabile sobborgo a bassa densità. Oggi abbiamo a disposizione tecnologie – le telecomunicazioni e altre – che consentono una riduzione della domanda di mobilità. Naturalmente, senza esagerare! Ridurre del cinque o dieci per cento i nostri bisogni di spostamenti è un obiettivo assolutamente alla portata nell’arco di un decennio. Non succederà così presto solo perché ci sono inerzie culturali e organizzative, ma pensare in questi termini rappresenta il progresso futuro, lungo un’altra via rispetto a quello passato. E si tenga conto che una riduzione dell’utenza del 5/10% risolverebbe praticamente tutti i problemi di viabilità e di capienza di treni e autobus.

Il sistema Uber, per quanto contrastato dalle corporazioni tradizionali, è destinato a imporsi in una forma o nell’altra e a diminuire la quantità di veicoli pubblici e privati in circolazione. Non si dimentichi che Uber è una società che opera principalmente nelle telecomunicazioni e non offre solo taxi, ma porta i pasti a domicilio, organizza car-pool e sta sperimentando in fase avanzata le auto a guida autonoma, già in uso sperimentale. Per esempio, a Pittsburgh il sindaco ha acquistato dieci automobili a guida autonoma.
Negli Stati Uniti, le imprese automobilistiche, le società, quali Uber e Google, e i governi centrali e locali stanno facendo grandi investimenti e progetti per facilitare l’adozione delle tecnologie che rivoluzioneranno la tecnologia e l’idea di automobile e trasporto pubblico. Anche la dimensione e la forma delle auto muterà notevolmente e così il disegno delle strade.
Ma non possiamo dimenticare il presente e risolvere i problemi di oggi nel migliore modo possibile e tradizionale. Dobbiamo domandarci se valga la pena investire oggi nel modello tradizionale di trasporto pubblico (tram, grandi autobus, metropolitane, infrastrutture pesanti più adatti alle grandi metropoli che alle città medie venete) e privato (autostrade, mega-parcheggi, svincoli) che ripropongono tecnologie di un secolo fa. Anche perché pensare a realizzare un tram oggi significa completarlo non prima di dieci o quindici anni! Non sarebbe meglio fare funzionare al meglio l’esistente e concentrare gli sforzi progettuali su quel che tra un decennio o due sarà aggiornato ai tempi? E non si pensi che ottimizzare l’esistente sia un’impresa tecnologicamente di minore difficoltà (e soddisfazione per gli ingegneri e le imprese) rispetto al costruire infrastrutture nuove con tecnologie antiche. La capacità di strade e ferrovie – e la sicurezza – hanno ampie possibilità di crescita se si riorganizza l’utilizzo. Operare in questa direzione non è facile anche per le resistenze del mercato del lavoro, al cambiamento delle abitudini ecc. e di conseguenza nella progettazione devono essere inclusi specialisti dell’ingegneria gestionale, sociologi della mobilità e comunicatori. La lentezza e i fallimenti derivano in gran parte dalla mancanza di queste professionalità umanistiche nella progettazione abbandonata nelle sole mani degli ingegneri civili.
Corrado Poli