Il gioco della paura

Viviamo in un mondo attanagliato dal terrore: lo dicono i fatti di cronaca sempre più nera, lo dice quel sentimento che scorre lento ed inesorabile tra i mille rivoli di parole, pensieri, dibattiti e considerazioni che infiammano puntualmente la pubblica piazza virtuale.

L’inafferrabile diventa incomprensibile, l’incomprensibile diventa un rinnovato sentimento di ‘paura del buio’ che paralizza – ma non troppo – le nostre intenzioni; siamo schiavi dell’informazione spiccia e proviamo un insano moto di piacere sinistro quando essa conferma i nostri incubi, questo almeno è ciò che si percepisce all’indomani di un attentato, o di un progetto terroristico bloccato in tempo.

I media non smorzano, non rassicurano, a loro piace amplificare, esagerare. La spettacolarizzazione di un fatto grave non è tuttavia cosa di oggi, avviene per il terrorismo così come avviene per gli omicidi più efferati che nei casi più estremi danno il ‘La’ a progetti ancora più ambiziosi come può essere una fiction oppure un film, da guardare rigorosamente appostati sul divano facendo finta che in fondo è una cosa normale.

L’altro lato, molto più oscuro, implica l’aumento esponenziale del sospetto che ricade sul vicino di casa, sull’uomo di colore, su quella famiglia che si vede poco in giro, su quel gruppetto che si aggira troppo furtivamente al parco, sullo sbadato che dimentica lo zaino.

Non conosciamo o conosciamo poco, ci basta sapere il minimo indispensabile per giustificare la fobia collettiva che accompagna i nostri giorni da perseguitati.

È una questione sociale molto importante che va ad incidere sul rapporto con l’altro, con il diverso: aumenta la diffidenza e ci si chiude senza evidentemente sapere che aumenta anche la vulnerabilità.

La paura gioca proprio in questo modo, striscia indisturbata, invisibile, colpisce all’improvviso, si alimenta di illusioni: specialmente l’illusione della sicurezza totale, quella che viene propinata come panacea a tutti i mali del mondo e che fa da controverso contraltare all’enfatizzazione mediatica; un’immaginaria bilancia che gravita sul mondo.

Nel mezzo un calderone di persone di cui ‘gli altri’ hanno scelto la collocazione, la filosofia di vita, addirittura le intenzioni: «Sei islamico? Quindi automaticamente sei terrorista o complice o simpatizzante o involontario sostenitore!», deduzioni che al posto di restringere il campo del pericolo, lo amplia a dismisura includendo tutti e nessuno.

Un altro problema legato a questo aspetto è posporre l’integrazione intelligente – quella sensata e misurata – creando un’ulteriore frattura, un’esclusione che al posto di proteggere alleva il risentimento e l’incompatibilità tra culture.

Lasciarsi trasportare dall’onda emotiva del momento è fin troppo facile e addirittura comprensibile, ma non giustificabile, non in una società che si definisce tecnologicamente illuminata, informata in tempo reale e con tutti gli strumenti utili alla ricerca più accurata di tematiche che difficilmente si risolvono davanti ad un boccale di birra nel più frequentato dei bar.

di Alessandro Basso

La Chiave di Sophia