Giornata della Memoria

Una riflessione critica

Chi deve ricordare? E chi, invece, dimenticare? E cosa?
Le giornate della memoria possono essere pericolose se non se ne coglie il senso più vero, profondo e attuale. Vanno spiegate con spirito critico e le celebrazioni impostate con cautela e sensibilità. Anzitutto, la memoria del male è un dovere per chi l’ha individualmente o collettivamente perpetrato. È normale e giusto che gli italiani ricordino i compatrioti uccisi nelle foibe; più difficile e nobile sarebbe istituire una giornata della memoria per le ben più numerose vittime slave del fascismo! Se sono le vittime a ricordare “agli altri” le ingiustizie subite, nel migliore dei casi si corre il rischio di trasformare la memoria in vittimismo strumentale, in una gara a chi è più vittima. Nel peggiore dei casi la memoria è occasione di risentimento e rancore se non persino vendetta. Nelson Mandela uscendo dopo trent’anni dalla prigione disse: “Se avessi portato fuori con me l’odio e il risentimento, non sarei mai uscito da quella prigione”. Se la memoria si confonde anche solo un poco con il risentimento sovverte il senso delle celebrazioni. Se c’è questo pericolo, un temporaneo oblio del passato giova più di un rancoroso ricordo.

La memoria e il perdono
La memoria aiuta chi ha perpetrato il male a chiedere perdono per la sua colpa, compresa quella di coloro che, con silenzioso consenso, non si sono opposti. La memoria delle vittime – popoli, genitori, avi – ha senso se collegata al perdono e a una nuova fratellanza con carnefici pentiti. Per ottenere questo è necessario un coraggio che hanno solo le persone e i popoli più dignitosi.

Le giornate della memoria non si celebrano per rievocare un passato che diventa sempre più lontano e i cui protagonisti sono ormai da tempo morti. Il ricordo serve a prendere coscienza delle violenze e delle ingiustizie che si consumano oggi o si rischia di compiere domani.

Oggi è già memoria!
Le riflessioni sulla Shoah, sulla Resistenza, sull’esodo giuliano-dalmata sui vari genocidi del passato, inducono a riflettere sulla differenza tra la memoria e la storia, tra simboli e fatti. La giornata della memoria mette in imbarazzo, non certo per i valori originari che non sono in discussione. Piuttosto per le ambiguità e le strumentalizzazioni. E ancor più per la deliberata omissione di celebrarle confrontandole con un male che oggi si manifesta in forme diverse, ma la cui radice è comune a quella di ieri. I morti dei barconi e nei centri per rifugiati; l’apartheid in Israele e l’occupazione illegale dei territori palestinesi, le “sproporzionate” stragi di donne e bambini a Gaza, in Afghanistan, in Sudan; la guerra civile nel Donbass. Per essere utile una giornata della memoria deve essere occasione per ragionare sulla contemporaneità; per comprendere se pensieri, atteggiamenti e situazioni correnti somiglino a quelli che ieri abbiamo giudicato come il male assoluto.

Il male che cova in noi!
Allora, anziché tante giornate della memoria, ciascuna dedicata a un singolo tragico evento, vi sia una sola giornata della memoria dedicata a tutte le passate violenze collettive, a tutte le discriminazioni, a tutti i genocidi. Senza distinzioni, al fine di sentirci tutti uguali e a turno vittime e carnefici. Per riflettere sul male che cova in noi stessi; dal quale dobbiamo guardarci con maggiore attenzione che da quello che gli “altri” potrebbero farci.

Corrado Poli