Innovazione: istruzioni per l’uso

Avete mai provato a scrivere su Google la parola “innovazione”? I primi risultati che il server suggerisce assieme a questa parola sono: “sinonimo”, “tecnologica”, “sociale”, “e progetti” e “del prodotto”. Da bravo quando noi chiediamo, Google risponde e in questo caso ci sta già suggerendo che il campo è vasto e si parla di ambiti disparati.
Questa parola negli ultimi tempi la leggiamo e la sentiamo ovunque: per televisione, in rete, a lavoro, sui giornali, tanto che la domanda sorge spontanea: quando si può parlare di innovazione? Soprattutto, in quali casi è corretto parlarne?
Utilizzando Google Trends, un semplice strumento noto ai più, utilizzato principalmente parla di marketing informatico, avere indicazioni su ciò che viene cercato maggiormente in rete in un determinato periodo di tempo e in una determinata area geografica. Per quanto concerne l’Italia un dato risulta interessante: dal 2004 a oggi la ricerca a riguardo ha sbito un lieve ma costante declino, evidenziando una certa discrasia fra quanto effettivamente si vuole sapere e quanto invece si parla di innovazione. Interessante – e ironico – anche il fatto che la ricerca in merito subisca un periodico e perpetuo abbassamento della curva di interesse nei mesi di luglio-agosto e dicembre-gennaio di ogni anno: se ne va in vacanza assieme a noi. Ovviamente se si scende nello specifico troveremo un ambito, un settore, o una regione per quanto riguarda il contesto italiano dove l’innovazione emerge sensibilmente.
Infine se controlliamo tra gli argomenti correlati alla ricerca di innovazione, al secondo posto troviamo la “creatività” che negli ultimi 12 mesi ha tasso di ricerca incrementato un +200%, al terzo posto troviamo “metodologia” e al quinto “etica” a pari merito con un +160%. Rincuorante.
Ma per rispondere alla domanda iniziale, è necessario fare un passo indietro per evitare che questa parola sia (o continui?) ad essere utilizzata in modo inflazionato.
Innovazione, stando all’enciclopedia Treccani, deriva latino tardo innovatio fa riferimento a ”l’atto, l’opera di innovare, cioè di introdurre nuovi sistemi, nuovi ordinamenti, nuovi metodi di produzione” oppure, in senso concreto, si intende “ogni novità, mutamento, trasformazione che modifichi radicalmente o provochi comunque un efficace svecchiamento in un ordinamento politico o sociale, in un metodo di produzione, in una tecnica, ecc.”. quotidiana sono frutto di creatività, la quale necessita di essere messa a frutto tramite l’utilizzo di una solida metodologia. Il tutto deve essere accompagnato da una sana dose di etica per non andare a nuocere al prossimo.

Un “nota bene” in chiusura è però doveroso: il termine “innovazione” è diventato così diffuso, apprezzato ma talvolta abusato che per fare forzatamente riferimento a quegli attributi o a quegli “argomenti correlati” che nell’immaginario collettivo condiviso sono collegati a qualcosa appunto di “etico”, di “creativo”, di “buono”, che ce ne se appropria indebitamente.

Cosa fare quindi per distinguere un’innovazione vera da un’altra che di innovativo ha meno? Isaac Asimov diceva che “qualsiasi innovazione tecnologica può essere pericolosa: il fuoco lo è stato fin dal principio, e il linguaggio ancor di più; si può dire che entrambi siano ancora pericolosi al giorno d’oggi, ma nessun uomo potrebbe dirsi tale senza il fuoco e senza la parola”. Ergo, la conoscenza e il senso critico sono necessari certamente, ma quello che non emerge dagli articoli di giornale, dalla televisione o dalle enciclopedie è la fatica che si traduce in passione che si investe per fare innovazione. Essa è farsi domande, darsi delle risposte, condividerle e aggiungere qualcosa in più, appunto, qualcosa di nuovo.
Non si tratta del guardare con diffidenza in stile “molto fumo, poco arrosto” ma il nostro occhio critico ha un ruolo più centrale di quanto si riconosca permettendoci di indossare lenti che ci permettano di vedere le cose in un’ottica strategica che non guardi solo al breve ma anche al lungo termine. Google trends inoltre non rileva altri dati che permettono all’innovazione di manifestarsi, ossia la voglia di mettersi in gioco, di provare, di sbagliare. La voglia di essere curiosi.
Einstein infondo non si descriveva come un uomo intelligente, bensì come un uomo curioso.
Quindi un augurio di buona innovazione a tutti, specialmente a chi la vede frammentata nelle sue componenti ed è quindi pronto a dare un contributo concreto.

Ilaria Ometto