La Bottega Cadorin

Una dinastia di artisti veneziani

Oggi i pittori e gli scultori lavorano negli studi o, me­glio, negli atelier ma, una volta, lavoravano nelle bot­te­ghe. A Venezia Tiziano aveva la bottega ai Biri, Tintoretto al­la Ma­don­na dell’Orto. Gli aspiranti artisti entravano gio­va­­nis­si­mi nelle botteghe, dove imparavano dai maestri l’arte del­la pit­­tura o della scultura. In realtà la bottega era una spe­­cie di azienda familiare, dove tutti avevano un compito pre­­ci­­so, dai giovani garzoni, che macinavano i colori, agli aiu­­tanti, che lavoravano assieme al maestro nell’esecuzione del­­le opere. Molti dipinti del Tintoretto sono stati rea­liz­za­­ti assieme alla figlia Marietta e non è un mi­ste­­ro, che l’enorme quantità di opere, che uscivano dalla bot­­­tega di Tiziano, erano in realtà frutto di un lavoro collettivo.

Una consuetudine che, in fondo, si è mantenuta nel tempo, fi­no al secolo scorso, se è vero che la bottega in Fon­da­men­ta Briati di Vincenzo Cadorin, valente scultore e inta­glia­to­re, che aveva fra i suoi clienti la regina Margherita e Ga­briele D’Annunzio, contava oltre quaranta dipendenti.

I Cadorin, come Tiziano, provenivano da Pieve di Cadore. Pit­­tori, scultori, architetti, ebanisti e, in tempi più re­cen­­ti, anche fotografi e restauratori, erano stati fin dal XVI secolo una presenza costante nella vita artistica della cit­­tà lagunare e lo saranno fino ai giorni nostri, prima con Gui­­do, il più celebre di tutti e undicesimo figlio di Vin­cen­­zo, e poi con i suoi figli: Paolo, grande restauratore, e Ida, pittrice (in arte Barbarigo), l’ultima erede vivente di questa gra­nde famiglia d’artisti.

A Palazzo Fortuny è in corso fino al 27 marzo 2017 la mostra “La bottega Cadorin. Una dinastia di artisti veneziani”, pro­mossa dalla Fondazione Musei Civici di Venezia. Nata da un’i­dea di Daniela Ferretti e curata da Jean Clair, l’e­spo­si­zione raccoglie oltre duecento opere degli artisti-ar­ti­gia­ni, che si sono succeduti nella mitica bottega veneziana, fra cui Zoran Music, entrato a farne parte per aver sposato nel 1949 Ida Bar­ba­rigo. Le opere dell’artista sloveno con­clu­dono il lungo per­corso iconografico, che si snoda dal va­sto androne ter­re­no al secondo piano di Palazzo Pesaro degli Or­fei in un’intrigante complicità con i tessuti, gli oggetti e le pit­ture lasciate da Mariano Fortuny. Un epilogo dagli ac­­cen­ti drammatici (si vedano gli sconvolgenti disegni del 1945 ese­guiti a Dachau ma anche le ultime opere, segnate dal­­le ombre d’una cecità incipiente), che si contrappone al­­la limpida pit­tura di Guido Cadorin, erede della grande tra­­di­zione ve­ne­ta.

Aldo Andreolo