La corruzione e il malaffare in Italia: ne parla Piergiorgio Baita in un libro di Serena Uccello

Lo stato di allerta troppo basso verso reati che ricadono su tutti.

Il recente arresto di Raffaele Marra avvenuto a Roma, che segue altri fatti più o meno simili che quasi quotidianamente ormai accadono nel nostro Paese, ha portato nuovamente al centro dell’attenzione il problema della corruzione che, pur essendo vecchio come il mondo, è diventato ormai fisiologico rispetto ad un sistema politico ed economico dove le potenzialità di carattere corruttivo sono sempre particolarmente elevate.

Il caso più lampante, se ci riferiamo al Veneto (anche se poi si è visto che ha riguardato, di fatto, ambiti non solo regionali ma anche nazionali), è indubbiamente quello riguardante il Mose, la cui inchiesta ha di fatto sconvolto un mondo laddove sono stati molti, da politici ad amministratori pubblici,coloro che si sono mossi, da quanto sarebbe poi emerso in base alle indagini, con atti e azioni finalizzate, stante le accuse accertate, ad interessi personali.

Uno dei protagonisti in assoluto di tali vicende è stato senza dubbio Piergiorgio Baita, potente manager della Mantovani, impresa che ha avuto un ruolo decisamente rilevante nel settore delle costruzioni e delle grandi opere in Italia, come del resto lo si evince, peraltro, anche dai fatti, altrettanto recenti come quelli romani, emersi in relazione all’Expo di Milano per i quali è stato coinvolto, al di là di quanto verificherà poi la magistratura, anche l’attuale sindaco Giuseppe Sala.
Ed è proprio Baita, in questo caso quale “testimone che racconta il sistema del malaffare”, al centro del libro “Corruzione” appena pubblicato da Einaudi e scritto da Serena Uccello, giornalista del Sole 24 Ore, già autrice di inchieste giornalistiche sulla criminalità economica e di altre pubblicazioni riguardanti l’intricato mondo della mafia.

C come corruzione. In Italia non c’è appalto senza tangente e la cronaca dice che siamo un paese irrimediabilmente corrotto. Il libro si basa quindi, principalmente, su questi assiomi, che costituiscono indubbiamente una triste e amara verità, e descrive, di fatto, un mondo in cui Baita, ingegnere che ha seguito la realizzazione di alcune delle più importanti opere infrastrutturali del Paese, si è mosso con una sua abilità tutto personale e che ora nelle pagine scritte da Serena Uccello illustra i meccanismi del malaffare e il modo in cui, nel settore soprattutto delle grandi opere, le regole dell’illecito si sono codificate, strutturate e consolidate, in uno stretto rapporto che coinvolge la politica, la pubblica amministrazione, l’imprenditoria ovvero l’intero sistema economico.
Baita nelle vesti di pentito o, addirittura, di pedagogo? “Assolutamente niente di tutto questo – ci dice la stessa scrittrice – se non il fatto di essere stato per molti anni una figura direttamente coinvolta nell’ingranaggio che, inevitabilmente, ha comportato, e comporta, fenomeni corruttivi ormai continui. Un testimone, dunque, di un realtà che tristemente nel nostro Paese esiste e si è ramificata, con situazioni che il più delle volte non emergono se non casualmente o, comunque, non per scelte o pentimenti di alcuno”.
Ma perché questo libro sulla corruzione? “Intanto – sottolinea la Uccello – devo precisare che non è un libro legato all’inchiesta sul Mose ma che anche da questa ha preso lo spunto per il tentativo di capire e far capire quella che è una situazione che il nostro Paese si trova ad affrontare, dopo aver ritenuto probabilmente che con Tangentopoli, e la fine di quella che è stata definita la Prima Repubblica, quello della corruzione fosse un problema già archiviato.
Cosa che invece non è avvenuta, ma anzi si è ampliata in quanto, se prima ad essere coinvolti erano principalmente il mondo politico partitico e quello dell’imprenditoria, negli anni ha coinvolto sempre di più invece anche e soprattutto quello della pubblica amministrazione. Ed è anche uno dei motivi per i quali ho deciso di scrivere questo libro dato che il nostro è un Paese in cui a ondate si scopre corrotto e quello che nel ’92 sembrava essere una sorta di punto di non ritorno è stato invece unicamente il momento in cui il sistema corruttivo si è, di fatto, mutato, diventato ancora più invasivo se non totalizzante rispetto alle dinamiche economiche.
Altro aspetto da tenere in considerazione è che, mentre per quanto riguarda reati quali possono essere quelli legati alla criminalità organizzata, dove la parola ‘boss’ ha già in sè un’accezione comune negativa, la soglia di indignazione è molto alta, c’è invece una soglia di allerta decisamente diversa e direi bassa quando si parla di corruzione, come lo si può evincere anche dal linguaggio che a volte, e ciò vale anche per noi giornalisti, diventa spesso quasi ammiccante allorchè si parla di cricca o dei furbetti del quartierino. Eppure – prosegue – oggi la corruzione da noi è diventata invece endemica e fisiologica, al di là del fatto che esiste un pò in tutti i paesi laddove sembra essere per lo più di carattere episodico piuttosto che, come da noi, sistemico”.
Da ciò ne deriva che quello della corruzione è sostanzialmente un problema di carattere sociale ed etico, che, di fatto, interessa tutti, dato che entra in qualche modo, direttamente o indirettamente, in tutte le case, per i costi che ne conseguono e che ricadono come danno collettivo sui cittadini.


Lo stesso Baita nel libro di Serena Uccello descrive, non a caso, proprio i costi economici e sociali della corruzione, allorchè afferma che “il corruttore non è un vero imprenditore” rilevando poi, sotto l’aspetto economico, che “la vera perdita è il costo sociale, il costo etico, costo che misura – a detta dell’ex manager della Mantovani – lo spreco di risorse pubbliche che potrebbero essere utilizzate meglio, anche se finora – rileva – nel caso di nessuna grande indagine sulla corruzione c’è stata una riduzione della spesa pubblica”.
Da corruzione politica quindi a corruzione anche amministrativa, con il “peso del potere” che si è spostato inevitabilmente, dal dopo Tangentopoli, dalle segreterie dei partiti alle segreterie dei burocrati, con normative che spesso sono diventate talmente farriginose e complesse, per le quali la burocrazia diventa un mondo difficile da affrontare, “al punto che – sostiene la scrittrice – il fenomeno della corruzione si è ampliato e amplificato, tant’è che ritengo si possa tranquillamente dire che oggi non esiste un politico corrotto se non c’è un burocrate corrotto “.
Ma c’è un rapporto tra la corruzione e la mafia, considerato che le infiltrazioni mafiose ormai riguardano anche il Nord Italia e, nel nostro caso, il Nord Est, come parrebbe anche da recenti inchieste che hanno interessato soprattutto le località del litorale dove ci sono ingenti e importanti investimenti? “Assolutamente si, anche se è necessario dire che non esiste una corruzione mafiosa ma – afferma la Uccello – c’è sempre una mafia che si serve della corruzione. E l’esempio lampante lo si è avuto con Mafia Capitale dove si è ben evidenziato come il reato di corruzione sia diventato quel ponte che porta direttamente le organizzazioni criminali dentro la pubblica amministrazione, dentro la politica e dentro il sistema economico”.


In definitiva, dobbiamo convivere con la corruzione ovvero è una questione legata a carenze di tipo legislativo o di altro genere su cui intervenire?
“A mio avviso quello della corruzione non è propriamente un problema di leggi perchè tutto sommato il quadro sotto questo aspetto è abbastanza completo, anche se c’è sempre qualcosa su cui rimediare. E’ invece un problema di tipo culturale in quanto non ci siamo ancora abituati a percepire la corruzione come un fatto individuale, che ci tocca tutti e che, come ho detto e come ho cercato di spiegare nel libro, entra in tutte le case, mentre lo vediamo in generale come una sorta di nebulosa, che attiene a mondi che possono essere intesi lontani come quello economico. Credo che invece debba accadere quello che è accaduto dopo le stragi di mafia allorchè – sottolinea Serena Uccello – noi italiani abbiamo visto che la criminalità organizzata poteva essere un pericolo per tutti noi, per la nostra democrazia. Deve quindi accadere la stessa cosa e deve esserci una diversa percezione culturale, con i cittadini abituati a controllare più direttamente e più attentamente i servizi che lo Stato eroga loro e, soprattutto, far sì che interventi come possono essere quelli delle grandi opere non abbiano quelle ‘maglie’ in cui oggi si intrecciano, anche quasi necessariamente, le potenzialità che purtroppo ci sono per determinare reati corruttivi e criminosi”.

Lucio Leonardelli