La Fiera della Post-Verità

“No ve tacchè co le mascare che no cognossè, perché co la mascara le par belle, e sotto el volto ghe xe dei mostri”. Carlo Goldoni Le Donne Gelose

Se vi dicessimo che in seguito alla carenza di api in  Giappone i fiori di loto vengono impollinati dai droni, ci credereste? E come valutate la notizia relativa a 90 kg di cocaina trovati nelle rose in Colombia? Non finisce qui: il Partenone è stato interamente distrutto dai veneziani. Tutto vero! Nessuna bufala o post verità anche se il Carnevale potrebbe essere ottimo ambasciatore di notizie non confermate o leggende metropolitane.

Il Giappone da tempo sperimenta impollinazioni alternative per fronteggiare l’allarmante scomparsa delle api. La Colombia è ai primi posti nell’esportazione di fiori recisi, ma tra questi profumati messaggeri a volte viene nascosta la coca. “Gli stupefacenti e le rose”. Indubbiamente è stato un San Valentino impegnativo per le forze dell’ordine.

Veniamo alla distruzione del Partenone, è accaduto veramente il 26 settembre del 1687, ad opera di Francesco Morosini (detto il Peloponnesiaco), Capitano Generale da Mar della Serenissima. Con il suo esercito assedia la rocca e fa saltare una polveriera, l’esplosione distrugge il più celebre simbolo dell’antichità classica. L’episodio è raccontato magistralmente da Alessandro Marzo Magno nel suo libro “Atene 1687 – Venezia, i turchi e la distruzione del Partenone”.

L’eco della devastazione, oggi inammissibile,  porterà onore e gloria al Morosini, accolto in patria con grandi festeggiamenti in Campo Santa Maria Formosa. Allestita una scenografica battaglia tra veneziani e turchi con tanto di bombardamenti, assalti, duelli, fuochi d’artificio dalla tecnica strabiliante e vino che zampillava copioso dalle fontane. E’ così che Venezia pianificava le sue magnificenze. Una traccia indelebile la troviamo alla Pinacoteca della Querini Stampalia grazie alle tele di Gabriel Bella straordinario viaggio pittorico nella Venezia di un tempo. Città ben tratteggiata nelle opere goldoniane come “Le Donne Gelose” commedia rappresentata per la prima volta durante il Carnevale del 1752. Carlo Goldoni accompagna la presentazione con la dedica a Sua Eccellenza la Nobil Donna Elisabetta Mocenigo Venier.

Bartolomeo Dotti si sbizzarrisce invece con questi versi: Di velluto una visiera/ han le donne quasi tutte/sagacissima ingegnera/di far belle anche le brutte.

La brama di esser belle quindi è l’incipit di ogni Carnevale, nulla cambia, dal settecento al terzo millennio. Cambiano invece le date e i luoghi. Un tempo i festeggiamenti del Carnevale iniziavano il giorno di Santo Stefano, occasione importante per lo sfoggio da parte dei nobili, di gioielli, pellicce, vesti preziose. Le maschere venivano contemplate e giudicate durante la passeggiata, il classico Liston, una striscia selciata che attraversava la terra battuta (un tempo c’era l’erba sui campi e anche in Piazza San Marco). La serata si concludeva a teatro, la città ne contava ben 7.

El Liston è anche il titolo di una fortunata trasmissione radiofonica della Rai trasmessa dalla sede veneziana di Palazzo Labia. Programma con Lino Toffolo, Giuseppe Maffioli, Maria Pia Colonnello, Mirko Petternella, Marcello Nencioni e altri artisti e musicisti.

Tornando ai secoli senza elettricità è sorprendente scoprire quanta luce ci fosse per strada in certe occasioni. Durante una visita del Doge, la Piazza era illuminata in tutti gli ordini delle procuratie: “consumandosi più cera in una sola notte che in un anno in tutta Italia” parole di un testimone dell’epoca.

A proposito di candele, se avete voglia di allontanarvi dai soliti itinerari turistici, andate verso le carceri di Santa Maria Maggiore,  non per visitarle, ma per passeggiare lungo la Fondamenta dei Cereri: fabbricatori di candele, torce, cerini. E’ una fondamenta bellissima con uno strepitoso arco sospeso tra i palazzi, quasi un trompe-l’œil .

C’è una lapide interessante attinente al divieto di una delle più famose feste veneziane: La caccia dei tori.

IN QUESTA CORTE SIANO PROHIBITE LE CACCIE DE TORRI GIUSTO AL DECRETTO DELL’ECCELSO CONSIGLIO DE DIECI DE DI 16 FEBRARO 1709”.

Cacce tanto apprezzate quanto cruente per i poveri animali, tori e anche orsi, sottomessi ai “giustizieri” muniti di lance, spade e scimitarre.

Era la testa di un toro che cadeva in piazzetta San Marco il giovedì grasso, decapitato con un solo colpo di spada, mentre dal campanile tramite una doppia fune tesa verso la loggia di Palazzo Ducale, scendeva un giovane alato, appeso per la vita a degli anelli scorrevoli. Reggeva un mazzo di fiori e un rotolo con una poesia. “Svolo del Turco”, perché il primo a volare sulla piazza fu un acrobata turco nel cinquecento.

Impresa ripetuta con successo dai coraggiosi veneziani, i più arditi erano gli arsenalotti. L’esibizione più clamorosa quella di un certo Sante: pare sia arrivato sopra la cella del campanile a cavallo, non contento sale sopra l’Angelo, sventola una bandiera e si beve un fiasco di vino.

La notte del martedì grasso era considerata dai cronisti dell’epoca un vero baccanale, orgiastica pazzia collettiva simile ai Lupercali dell’antica Roma.

Altro obiettivo strategico del nostro viaggio: Calle del Forno a Cannaregio. Qui troviamo “La Fabbrica del Vedere” ideata dal grande Carlo Montanaro, tra i maggiori esperti di storia del cinema. Un archivio straordinario, il suo. In questo luogo magico possiamo apprezzare la mostra: “VANITOSA VENEZIA”, la Venezia del ‘700 attraverso le vedute d’ottica per il Mondo Novo. Scrive Montanaro: dall’Olanda è arrivato a Venezia un esemplare di fine ‘700 di Mondo Novo.
Finalmente sarà esibito lo strumento per visionare le vedute d’ottica di Venezia colorate e traforate nell’effetto giorno/notte
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Chiudiamo questa passeggiata o Liston tornando alla fondamenta dei Cereri perché oltre al decreto del Consiglio dei Dieci, conserva un’altra iscrizione: “Qui c’è sempre un poco di vento /a tutte l’ore di ogni stagione / un soffio almeno un respiro / qui da tanti anni sto io ci vivo / e giorno dopo giorno scrivo / il mio nome sul vento”. La purezza e l’armonia di un poeta come Diego Valeri.

 

Elisabetta Pasquettin