La questione maschile

Dall'uomo alle donne. Uniti contro la violenza.

La violenza contro le donne è una questione che riguarda gli uomini: inutile sviluppare ragionamenti diversi per celebrare la giornata internazionale del 25 novembre. Le donne continuano ad essere minacciate, violate, mutilate, segregate e ammazzate per il solo fatto di essere femmine.

Le radici di questa violenza risiedono nella disuguaglianza tra i sessi, nella disparità di potere tra uomini e donne esistente a livello sociale, culturale, economico e politico. Permane una struttura della società di tipo patriarcale, in cui gli uomini si sentono legittimati ad avere il potere e il controllo sulla famiglia e sulla propria donna. uomini-e-donne-ancora-disparita-nel-mondo-del-lavoro

Fino a tempi molto recenti la violenza contro le donne è stata quasi invisibile, perché talmente connaturata con la tradizione, i valori dominanti e le leggi, tanto da passare inosservata, come fosse un evento naturale. Il concetto stesso di violenza contro le donne non esisteva.

Sono violenti uomini di ogni strato sociale, economico, culturale, e non ci sono etnie, religioni, età esenti. Gli autori delle violenze sono spesso “normali”, senza problemi di alcol, droga o disturbi mentali, magari anche stimati professionisti o persone di successo.gender-1200x661

E’ la casa e non la strada dove le donne corrono i maggiori rischi di essere picchiate, violentate, uccise, perché continuano ad essere considerate proprietà personale del compagno, che non accetta un punto di vista diverso dal suo o il tentativo di costruzione di un progetto di vita alternativo.

Antro di Chirone
Antro di Chirone

Come elemento positivo di questo 2016 si può per fortuna precisare che sta cambiando la percezione comune del problema:  il grande dibattito condotto dagli organi di informazione attorno al tema dei femminicidi,  fa ora percepire alla coscienza collettiva la violenza di genere come un fatto socialmente grave e ripugnante. La sceneggiato su Lucia Annibali, fatta acidificare dal suo ex, va in onda in prima serata su Rai 1, anche se molto resta da fare, in materia di linguaggio che avalla o determina la violenza. Intitolare una trasmissione televisiva “Amore criminale”, significa scusare chi ammazza perché mosso dal sentimento.

Serve un altro racconto anche degli autori della violenza, che non sono uomini forti, ma deboli, insicuri della loro maschilità che provano a riaffermare con un uso distorto della forza. E questo vale a tutte le latitudini anche se è più evidente nei contesti integralisti: il fucile verticale che affianca i terroristi dell’ISIS che minacciano l’Occidente e le sue donne altro non è che un richiamo fallico ad una virilità che ha bisogno di essere ribadita.

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E se in Italia avviene che un marito possa ammazzare la moglie con 23 coltellate e poi andarsene tranquillamente a bere un caffè, come è successo in questi giorni alla povera Anna Manuguerra, quell’uomo sarà però punito da una legge specifica, quella sul femminicidio, introdotta solo nel 2013, con cui l’Italia ha superato d’un balzo decennali ritardi. Questa legge non si limita a punire il colpevole, ma interviene per contrastare le azioni violente, con l’adozione di procedure specifiche che si estendono dalla sfera della protezione individuale a quella sanitaria, legale, formativa, culturale.

La risposta sostanziale al problema della violenza contro le donne è però quella culturale: le donne per quarant’anni si sono interrogate, hanno messo in discussione la cultura prevalente e le scelte di vita a cui erano obbligate, liberando se stesse per liberare la società. Questo dibattito declinato al maschile è ancora alla fase dei balbettii, mentre potrebbe essere una grande strumento di liberazione degli uomini, che superando violenza e aggressività potranno essere pienamente se stessi.

di Tiziana Agostini

Saggista studiosa delle donne

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