‘La vendetta di Artemisia’

“Non immagino come sarebbe andata se fossi stata un uomo”. Artemisia Gentileschi

Noi invece possiamo immaginarlo, coadiuvati dall’effetto sliding doors, un gioco del destino che ci porta in dimensioni parallele. La vita di Artemisia Gentileschi uomo? Indubbiamente più lieve e serena. Conosciamo bene la terribile vicenda di stupro che lei ebbe il coraggio di denunciare a gran voce. “Sulla tela vendicherò il mio stupro, datemi un esercito, che voglio combattere; datemi un campo di battaglia e sentirete lo schianto della mia forza…datemi una guerra perché, a 21 anni, possiedo armi ben forgiate, spade da affondare nella lussuria di principi e cardinali in forma di Cleopatre, Lucrezie, Veneri e SusanneOra io vi sfido. Mi farò vendetta con la pittura, dipingerò quadri potenti come nemmeno ho visto fare a Caravaggio quando frequentava mio padre.”

Così scriveva questa giovane ragazza all’amante Francesco Maria Maringhi. Era sicura del suo talento, peraltro celebrato e richiesto in tutte le corti d’Europa. Nel Seicento non esisteva ancora il termine pittrice e quindi veniva chiamata “pittora” (cacofonico quasi come sindaca). A soli 17 anni dipinge: Susanna e i vecchioni capolavoro conservato in uno dei luoghi più prestigiosi della Germania, il castello Weißenstein.

Fino al 7 maggio lo possiamo ammirare assieme a tante altre opere, nella bella mostra di Palazzo Braschi a Roma: “Artemisia Gentileschi e il suo tempo”.

Artemisia nasce a Roma l’8 luglio del 1593, primogenita di un affermato pittore, Orazio Lomi Gentileschi. Siamo nel glorioso periodo dei caravaggeschi e nella bottega del padre lei conquista i segreti di magistrali pennellate e composizioni.

Ecco cosa dice di lei Orazio “Si è talmente appraticata che posso ardir de dire che hoggi non ci sia pare a lei, havendo per sin adesso fatte opere che forse i prencipali maestri di questa professione non arrivano al suo sapere”.

Era molto bella Artemisia e piena di ammiratori, formosa,  fluente chioma riccia castano rossa, fronte alta, naso dritto e bocca piccola ben disegnata. L’essere donna, complica il suo percorso professionale: nel 1611 subisce violenza da un amico del padre, il pittore paesaggista Agostino Tassi. E’ un bell’uomo, volgare e violento tanto da meritarsi l’appellativo di “smargiasso”.

E’ entrato da me con l’inganno e mi ha preso con la forza. Aveva mille mani per tenermi ferma e tutte di ferro. Ho gridato, ho scalciato, ma è stato inutile. Appena ho potuto ho preso un coltello e gliel’ho tirato; volevo ammazzare quell’infame  che m’aveva disonorato, ma io gli ho fatto solo un graffio”.

Lui si difende dicendo di non averla mai toccata, la definisce una puttana bugiarda che si offre a tutti “Non ho mai pensato a lei, ho già una moglie in Maremma e un’altra donna a Roma.” (Esemplare come difesa.)

Il processo dura mesi, Artemisia viene anche sottoposta al supplizio delle sibille (cordicelle di seta attorcigliate alle dita fino a gonfiarle) rischiando di pregiudicare per sempre il talento delle sue mani. E’ una donna coraggiosa, non ritratta e vince il processo, ma deve lasciare la città.

In Toscana si sposa con Pietro Antonio Stiattesi, pittore fiorentino (molto impegnato nel sperperare i guadagni della famiglia) con il quale avrà una numerosa prole. E’ lei la vera artista, quella che porta i soldi a casa. Diventa agente di se stessa promuovendo la sua opera, a volte si lamenta perché pagata meno di un uomo. Sforna capolavori assoluti che incantano i fiorentini. Il granduca Cosimo II le commissiona Giuditta che decapita Oloferne.

E’ la prima donna della storia ammessa all’Accademia delle Arti del Disegno voluta da Vasari.

L’unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia pittura e colore, e impasto, e simili essenzialità”. Così Roberto Longhi in un articolo del 1916, tra i primi critici a riportare fuori dal limbo la strepitosa opera di Artemisia, oscurata per molto tempo dalla straordinaria figura di Caravaggio, che lei adolescente osserva mentre lavora alla Chiesa di San Luigi dei Francesi.

Da sempre viene celebrata per la sua natura di femminista ante litteram ( negli anni ’70 a Berlino nasce l’albergo Artemisia che accoglie solo clientela femminile), per il carattere fiero e ribelle, un’artista donna in un mondo di uomini, protagonista di un clamoroso processo. Tutto questo clamore, non deve però offuscare la magnificenza delle sue opere. Non a caso Artemisia lavora per le più importanti residenze europee, da Cosimo De Medici a Firenze, alla corte del re e della regina d’Inghilterra, ai fasti del periodo napoletano. Allaccia un lungo rapporto epistolare con Galileo Galilei. Nel 1625 incontra a Roma un musicista inglese Nicholas Lanier, se ne innamora e probabilmente lo segue a Venezia. La sua presenza in città è cosa certa. I pittori veneti lasceranno un segno tangibile nel suo stile: Veronese, Tiziano,  Giorgione.

Nella città lagunare inizia l’opera del Metropolitan Museum di New York “Ester e Assuero”. La storia tra l’eroina ebraica Ester e il potente re di Persia Assuero, era già stata dipinta da Tintoretto e dalla bottega del Veronese.

Non sarà facile la vita per Artemisia, un grande ma effimero successo economico, negli ultimi anni di vita conosce la povertà, non riesce a pagare i debiti, è costretta a svendere i suoi dipinti. Si spegne a Napoli nel 1652 o nel 1653 (non vi sono certezze sull’anno esatto), sola e dimenticata da tutti.

Dopo la sua morte esce a Venezia un volumetto nel quale viene descritta come donna di facili costumi.”Ne l’intagliar le corna a mio marito / Lascia il pennello e presi lo scalpello…”

I personaggi scomodi lasciano sempre tracce negative, soprattutto se sono grandi.

La mostra romana restituisce pienamente la gioia di ammirare i capolavori della “pittora” provenienti da tutto il mondo. Una sorta di viaggio nel tempo e nei luoghi, dato che Palazzo Braschi è nel cuore rinascimentale della città, in piazza Navona.

Criticata per facili costumi a Venezia, celebrata con amore a Napoli dal poeta Girolamo Fontanella da lei ritratto. Un frammento dei versi composti dal Fontanella per ringraziarla del dipinto, dimostra quanto fosse incantevole Artemisia:

La mostra romana restituisce pienamente la gioia di ammirare i capolavori della “pittora” provenienti da tutto il mondo. Una sorta di viaggio nel tempo e nei luoghi, dato che Palazzo Braschi è nel cuore rinascimentale della città, in piazza Navona.

Criticata per facili costumi a Venezia, celebrata con amore a Napoli dal poeta Girolamo Fontanella da lei ritratto. Un frammento dei versi composti dal Fontanella per ringraziarla del dipinto, dimostra quanto fosse incantevole Artemisia:

Fra’ miracoli tuoi stupendi, e novi, / Deh con l’ombre, che fai rendi spirante, /

 Ma temo poi, se’l pennel tu movi, / Da’ tuoi begli occhi fulminato amante, /

 Onde vita sperai, morte non trovi”.

Elisabetta Pasquettin