Ma cos’è il dialetto?

Un progetto di legge in votazione il 29 novembre per il riconoscimento della minoranza (linguistica?) e della cultura venete

Il dialetto è un fatto emotivo, è il modo in cui ci esprimiamo e comunichiamo con la parola quotidiana. Il dialetto è rivoluzionario perché si oppone alla sclerosi della lingua ufficiale. Per questo, recuperare e proteggere il modo in cui si parlava un tempo ci condanna alla prigione della nostalgia. Il ricordo del bel tempo passato ci impedisce di cambiare e migliorare il presente.
Il vero dialetto non è la parlata di ieri che si vuole ripristinare o salvare. Il dialetto è quel particolare modo di esprimerci che sta tra l’oggi e il domani. I professori li chiamano “errori”. Noi diciamo nuove espressioni. Le migliori parole e frasi sovvertiranno la stanca lingua codificata. Vocabolari e grammatiche si scrivono dopo che le parole sono entrate nell’uso comune. Poi funzionano anche come strumenti per un’altrettanta opportuna conservazione dell’ortodossia linguistica.
“Ragazzi, ‘ndemo al boomerang ke ghe xe un party … spettème un attimino, cmq ‘rivo più tardi”. Il dialetto di oggi è il linguaggio degli sms e di internet: si scrive come si parla e come si capisce. Si eliminano le vocali (come in arabo ed ebraico), si brucia un carattere trasformando il “ch” in “k” (come gli americani hanno tolto la “u” da labour e altre parole), si usano espressioni estranee ai vocabolari, ma efficaci e tratte da altre lingue comprese le parlate locali. Le parole inglesi pronunciate sbagliate anche dalla RAI fanno parte del vero dialetto di oggi: in italiano non si dice mànagement, perfòrmance o àdvocacy, bensì managgèment, pèrformance e advòcacy, come nessun inglese pronuncerebbe. Ma va bene così nella quotidianità. Il dialetto di oggi è il linguaggio pervertito della TV a cui i più creativi sapranno dare dignità elaborandolo.
Chi vuole difendere e proteggere la parlata di ieri è triste e stanco. Chi la perseguita in nome del modernismo uniformante nazionalista ama la povertà della mente e teme le differenze. “Una lingua è un dialetto con un esercito e una flotta” diceva Max Weinreich. Il dia-letto – la lettura diversa e sparsa dall’etimo – è assenza di potere, anarchia; è dia-spora, una disseminazione di parole nel mondo. È il potere diffuso dei deboli, di quelli che non accettano che qualcuno dica loro come devono parlare, figurarsi se accettano cosa dovrebbero fare.
I dialetti sono la libertà, ma per esserlo devono cambiare continuamente. Il dialetto, la parlata strana sono la Sherwood in cui nascondersi. La società aperta della modernità teme i dialetti arcani e criptici. Chi parla dialetto sfugge al controllo del potere che non li capisce. È la paura contemporanea dell’uniformità che ci fa reclamare identità e lingue perdute. Ma anziché guardare al passato, è al futuro che dobbiamo rivolgerci per liberarci davvero. Inventiamo la nuova lingua, scriviamo in un “volgare” ancora tutto da inventare. Impariamo l’italiano e l’inglese classici, ma permettiamoci di parlare e scrivere come veneti, siciliani, provenzali o bavaresi.
Sarebbe interessante che a scuola si insegnasse l’italiano convenzionale (perché la lingua colta è pur sempre necessaria), ma si introducesse anche la possibilità di composizioni nella lingua corrente che include elementi di spelling innovativi, parlate locali, inglese e quant’altro, pur sull’inevitabile base del noioso italiano di oggi. Ne uscirebbe un nuovo bellissimo dialetto veneto che darebbe identità a chi lo parla avendo assorbito sia la parlata del passato che quella contemporanea per diventare la lingua del futuro e di una nuova identità. Più che tutelare il dialetto, anzi per promuoverlo davvero, si dovrebbero trovare spazi per le parlate quotidiane (basate sulla lingua veneta, italiana e inglese, con magari un po’ di arabo e rumeno) nelle scuole.

Corrado Poli

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