Marghera: dal boom alla caduta

Una risalita sempre più complicata.

Prima della costruzione del Porto e del quartiere residenziale, la località era una zona perlopiù paludosa conosciuta come i Bottenighi. Le uniche sue strade erano via Catene che proseguiva da via del Parroco a Chirignago, e via Bottenigo che da via Catene si perdeva nella barena. Dove oggi si trova via Fratelli Bandiera c’era invece un grande canale di scolo (di cui l’attuale strada era l’argine) che giungeva alla Malcontenta; faceva parte del complesso idraulico costituito dal grande argine de intestadura, realizzato nel Trecento, che raccoglieva le acque della Brenta Vecchia e degli altri corsi d’acqua a sud del Canal Salso per deviarle lontano da Venezia, attraverso la foce del Brenta Resta d’Aio (presso Fusina).

Il toponimo “Marghera” si riferiva invece ad una piccola borgata posta sulle sponde del Canal Salso, nell’odierna località San Giuliano di Mestre. Era composta da alcune case, una chiesa e alcuni magazzini destinati a fungere da sosta doganale lungo il suddetto canale per le merci dirette da e per Venezia. All’inizio del Novecento Venezia si dimostrava incapace di diventare una città industriale e portuale in grado di concorrere con gli altri centri del Mediterraneo soprattutto per la mancanza di un luogo adatto a questo scopo. Al contempo si poneva un problema demografico, in quanto il centro storico non disponeva di ulteriori spazi edificabili e la gran parte degli abitanti era stipata in case sovraffollate e in condizioni igieniche carenti. Il 1º febbraio 1917 si costituì un Sindacato di studi per imprese elettrometallurgiche e navali nel porto di Venezia.

Il 15 maggio dello stesso anno il progetto fu approvato dal Consiglio superiore dei lavori pubblici con il coinvolgimento del comune di Venezia. Il 12 giugno il Sindacato istituì la società anonima Porto industriale di Venezia e con a capo il presidente della SADE Giuseppe Volpi. Il 23 luglio il presidente del Consiglio Paolo Boselli, il sindaco di Venezia Filippo Grimani e lo stesso Volpi firmarono una convenzione per la costruzione del porto e del quartiere residenziale, approvata e resa esecutiva il 26 luglio. Quello che alcuni videro come un asservimento della Terraferma a Venezia culminò nel 1926, quando un decreto di Mussolini soppresse l’autonomia amministrativa dei comuni di Mestre, Zelarino, Favaro Veneto e Chirignago. I lavori alla zona industriale cominciarono già nel 1919, mentre il 10 maggio 1921 fu inaugurato il cantiere del quartiere residenziale. Le fabbriche, contrariamente al previsto, finirono per assumere soprattutto personale residente nelle zone limitrofe, facendo saltare la connessione tra la zona industriale e il quartiere residenziale. Raggiunse la massima espansione negli anni sessanta, sia dal punto di vista delle attività produttive che da quello demografico, attirando numerosi abitanti dal centro storico e dai comuni vicini e da tutta Italia. Durante la seconda guerra mondiale il porto diventò un obiettivo sensibile per gli Alleati che lo bombardarono a più riprese, bloccandone le attività e coinvolgendo purtroppo anche gli abitati contigui. A guerra finita al posto delle industrie restavano solo macerie, tuttavia la produzione riprese e a partire dagli anni cinquanta Porto Marghera cominciò ad essere uno dei poli industriali più conosciuti del Paese. In questi ultimi anni Marghera si sta trasformando, sia nella zona industriale che nel quartiere urbano. La zona industriale sta guardando al futuro in un’ottica di uno sviluppo sostenibile che rispetti l’ambiente e che al tempo stesso salvaguardi l’occupazione; in questa ottica è stato creato il VEGA Science Technology Park, un parco scientifico-tecnologico che ospiterà molte nuove aziende. Dai 40.000 operai del “boom” economico ai 4.000 odierni. un tempo era il cuore pulsante economico di Venezia. Oggi è un futuro tutto da ricostruire.

Giacomo Costa