Monna Lisa e il valore di un’opera d’arte

La sua è probabilmente la faccia più nota e ricercata del mondo, quella per cui, quando vai a trovarla al Louvre, ti tocca scrutare attraverso un mare di macchine fotografiche e sgomitare per dieci minuti buoni prima di arrivarci davanti. In quei dieci secondi in cui riesci a guardarla negli occhi senza essere trascinato via dalla folla sgomitante, ti sembra quasi che ricambi l’occhiata con espressione beffarda dietro ai suoi quattro centimetri di vetro blindato antiproiettile.

Probabilmente stupirà molto sapere che più o meno fino all’inizio del Novecento, il famoso ritratto di Leonardo [1] era relegato in un angolo di parete in mezzo ad un oceano di altri dipinti. Questo è testimoniato da un quadro di Samuel Morse del 1831 che raffigura una galleria del Louvre con al centro due figure intente a dipingere (cosa all’epoca del tutto normale per dei pittori piantarsi al museo per esercitarsi copiando opere di grandi maestri). Vi invito ad osservare questo quadro, perché vi assicuro che trovarvi dentro il dipinto di Leonardo è quasi come cercare un ago in un pagliaio.

La domanda allora è: perché la Monna Lisa è la Monna Lisa?
Oppure, più in generale: che cosa dà valore ad un’opera d’arte?

Quando mi pongo questa domanda, così vicina di fatto alla infinita ricerca della risposta su che cosa renda un’opera d’arte tale, mi balena sempre nella mente uno dei miei artisti del Novecento preferiti: Yves Klein.

Yves Klein era un personaggio molto interessante: era un artista ma anche un bravissimo judoka (cintura nera, quarto dan e così via, formatosi in Giappone), nonché cavaliere dell’ordine degli arcieri di san Sebastiano – famosissimo però per aver ideato e brevettato la sua tonalità di blu intenso e brillante. La sua prima mostra in Italia avvenne a Milano nel 1957 e Klein espose tredici tele: undici blu e rettangolari, una quadrata e rossa, una quadrata e gialla. Nient’altro che puro colore steso in maniera del tutto uniforme sulla tela per mezzo di un rullo. Eppure, ciascuna opera era acquistabile ad un prezzo diverso.

Che cosa comportava la variazione di prezzo di quelle tele dipinte?
Nulla. O meglio, tutto e nulla.

Che furbacchione Yves Klein. E che incubo per le persone che pensavano di acquistare un quadro: me li immagino tutti all’attenta ricerca di un senso, con gli occhi a pochi centimetri dalla tela. Forse anche loro avranno pensato “avrei potuto farlo anche io questo quadro!”: del resto avevano richiesto davvero una abilità tecnica minima. Cosa che certo non si può dire della Monna Lisa.

Ma basta davvero la tecnica a giustificare il valore di un’opera? Certamente no, anche perché prima degli Impressionisti (e anche certamente durante l’Impressionismo, poiché questo gruppo di artisti godeva di una scarsissima reputazione) l’arte era giudicata quasi esclusivamente in base alla tecnica.

La risposta insomma è che ci sono molte risposte. Il valore di un’opera lo dà in parte la tecnica, in parte l’idea che sottende l’opera, in parte il pubblico che riceve l’opera, in parte la critica (bravissima a santificare o condannare), in parte la storia – ma mettiamoci anche un po’ di onnipresenti logiche di mercato.

La morale della favola è: non cediamo all’ “avrei potuto farlo anche io”. Lasciamoci solo trasportare dall’arte, cerchiamo di apprezzarne il gesto puro che la sottende e sforziamoci di conoscerne un po’ il contesto. Ma soprattutto, usciamo di casa e andiamo a conoscerla di persona: solo così potremmo permetterci di esprimere un nostro modesto, piccolo, personale giudizio.

 

di Giorgia Favero
La chiave di Sophia

 

NOTE:

  1. A proposito, lo sapete che la settimana scorsa l’ultimo quadro di Leonardo ad essere passato per le case d’asta (il “Salvator Mundi”) è stato venduto per 450 milioni di dollari? E come spesso accade in questi casi, alcuni esperti (forse malevoli?) ne danno la certezza della paternità di Leonardo inferiore al 50%…