Non è arte ciò che è bello

Riflessioni successive alla mostra di Francis Bacon a Treviso

Vi invito ad accantonare per sempre l’idea che un oggetto d’arte debba per forza essere bello, e che se non suscita in voi un sentimento bello allora non è arte.
La verità è questa: l’arte deve suscitare qualcosa, e quel qualcosa non deve necessariamente essere bello. Sorvolando poi sul concetto stesso di “bello”, che non è così facilmente definibile e non è affatto scontato.

Avrete sicuramente sentito associare alla parola “arte” il concetto di “estetica” e qualcuno vi avrà detto (se non altro il parlar comune) che l’estetica ha a che fare con la bellezza, che in arte si può tradurre con l’armonia della composizione, magari anche delle proporzioni, il bilanciamento ed il tono dei colori e così via. Se invece andiamo a scomodare per un momento il greco, scopriamo che il termine “estetica” deriva da un verbo (aisthànomai) che significa qualcosa come “percepire per mezzo dei sensi”, o piuttosto un “essere toccato” (e quindi di conseguenza percepire) da una sensazione o emozione. Sensazioni ed emozioni che, evidentemente, all’interno della nostra gamma umana di possibilità, non sono proprio tutte piacevoli.

Questa è in effetti l’ottica di base con cui andare a visitare la mostra nella trevigiana Ca’ dei Carraresi che espone una selezione di disegni dell’artista irlandese Francis Bacon, Un viaggio nei mille volti dell’uomo moderno. Mostra che hanno deciso di prorogare al 1 maggio 2017, perché il tempo per osservare e penetrare in queste opere di Bacon evidentemente non era ancora abbastanza.

Sono propri questi “mille volti” a trascinarci in una dimensione estetica, perché di sensazioni ce ne suscitano eccome. Solo che non sono esattamente “belle” sensazioni. L’uomo moderno, quello uscito dalla seconda guerra mondiale e dagli orrori in essa perpetratisi, non può essere un uomo del tutto felice, non vive in armonia con se stesso e con il mondo: ha sperimentato qualcosa di davvero difficile da raccontare, e nonostante i luccichii del consumismo e della (apparente) pace esiste un mostro che giace silenzioso in fondo allo stomaco, in fondo all’anima. Volti contorti, mostruosi, dentro di essi forme confuse ma occhi penetranti, spesso perfetti nella forma, taglienti quasi: spalancati su un orrore interiore. Un uomo dai tormenti irrisolti, l’artista come anche l’uomo che egli vuole rappresentare, l’uomo in senso lato. L’uomo mostro, sia vittima che carnefice.
E poi colori brillanti, penetranti, violenti: il luccichio affiancato all’orrore; la psicologia e l’apparenza.

Francis Bacon, artista tormentato, persino maledetto secondo alcuni, mai convinto del mondo in cui si trovava a vivere, mai in pace. Chiunque sia capace di comunicare l’inquietudine non può che essere un grande artista (L’urlo di Edvard Munch lo conosciamo tutti, vero?): perché l’arte “parla” dell’uomo, e l’uomo non è mai solo felice. Anzi, forse non è mai veramente felice. Ecco perché l’arte non può mai essere semplicemente “bella”: perché altrimenti non sarebbe mai vera.

di Giorgia Favero