Padova. Un convegno all’Università sulla corruzione

Sì è svolto positivamente il convegno all’ Università degli Studi di Padova sul tema della corruzione. Un evento organizzato da Aicq (Associazione italiana cultura qualità), una federazione senza scopo di lucro che vuole diffondere la cultura e i metodi per pianificare, costruire e certificare la qualità. A moderare l’incontro il noto tributarista di Noale, Alberto De Franceschi.

A parlare anche Mariastella Righettini, docente della universitas patavina, del dipartimento di scienze politiche, giuridiche e studi internazionali che ha trattato la cultura della trasparenza.

“Possiamo considerare che la corruzione nel nostro paese è un male che leggiamo tutti i giorni anche, e non solo, nella pubblica amministrazione – ha esordito il tributarista De Franceschi – esaminando il problema alla radice è sicuramente da addebitare a un sistema culturale che non forma i cittadini al rispetto delle regole. Anzi molte volte si incentivano le astuzie piuttosto che l’intelligenza e l’onestà. Lo abbiamo visto in molti fatti della cronaca: dal Mose, il più grande sistema corruttivo italiano, alla mafia capitale, all’ Irpinia, fino a giungere al recente dossier della Fondazione David Hume- Sole 24 Ore. Tutto questo ha fatto apparire l’Italia infestata dalla corruzione”.

De Franceschi si riferisce alla recente stima del fenomeno della corruzione che in Italia parrebbe aggirarsi a 60 milioni di euro. Nel dossier della Fondazione David Hume- Sole 24 Ore le cause sono: la mancanza di una cultura di libero mercato, una scarsa dinamicità del capitale sociale e nello specifico un peso troppo scarso delle donne in politica, oltre a una inadeguata valorizzazione del capitale umano.

“Alla base di questi fattori – incalza De Franceschi – è evidente l’unica matrice, ossia la cultura che non forma, sia in ambito familiare che scolastico. I cittadini non rispettano le regole e quando si trovano davanti alle norme l’atteggiamento è sempre quello di fare di tutto per non rispettarle, magari con astuzia, anziché affidarsi all’intelligenza e all’onestà. Tutto questo è frutto di società arretrate. Storicamente abbiamo vissuto fino a mezzo millennio fa, in economie a somma zero (se qualcuno guadagna, qualcun’altro perde), dove la corruzione è appunto un gioco a somma zero”.

Un recente studio della Proceeding of the National Accademy of Science ha dimostrato che la corruzione è il lato oscuro della cooperazione: cioè le persone vedono di trarre illecitamente un vantaggio dalla cooperazione quando gli si presenta l’opportunità.

“Se si esamina la logica naturale dei comportamenti umani – aggiunge l’esperto professionista – possiamo constatare che ciò che tiene insieme le nostre società non è ciò che giudichiamo come buono e giusto. C’è chi sostiene che il “potere corrompe”. Così come chi ha dimostrato che l’esperienza psicologica del potere è associata alla ricerca del proprio interesse particolare. Si è pure dimostrato che questi soggetti hanno una “debole identità morale” mentre al contrario la forte identità morale vede incrementare la propria consapevolezza etica attraverso l’esperienza psicologica del potere. Come si costruisce una forte identità morale? Probabilmente con la nascita e la diffusione del pensiero scientifico. I sistemi giuridici di common law sono quelli dove si percepisce meno la corruzione, questo perché nella loro storia è fortemente presente la rivoluzione scientifica, che tra l’altro, ebbe inizio proprio in Italia.

Il sistema common law valorizza i fatti, la fiducia e la neutralità di giudizio come viene dimostrato da uno dei protagonisti Francis Bacon. Uno studio fatto in 125 paesi (Intelligence and Corruption del 2013) ha rilevato che dove ci sono livelli di prestazioni intellettuali più alti, la corruzione è più bassa. 
Si parla così di “capitale cognitivo”, ovvero quel livello di comprensione cognitiva (non meramente intuitiva) delle regole che è importantissimo per la qualità della vita economica e civile del paese. Forse sarebbe il caso di non far scappare quasi tutti i migliori cervelli che formiamo, e di far qualcosa per attrarne dagli altri paesi, in questo modo – conclude De Franceschi – si ridurrebbe  la corruzione.

(L.P.)